
di Giuseppe Gagliano –
L’Ecuador prova a trasformare la lotta interna al narcotraffico in una strategia regionale, chiedendo al Paraguay di classificare cinque grandi organizzazioni criminali come gruppi terroristici. Non è solo cooperazione giudiziaria, ma un passaggio politico che mira a ridefinire il concetto di sicurezza in America Latina: da contrasto alla criminalità a vero e proprio conflitto contro attori assimilati al terrorismo.
La mossa del governo di Daniel Noboa punta a internazionalizzare lo scontro con le bande, già definito “conflitto armato interno”. Una scelta che amplia il ricorso alla forza, rafforza il ruolo dell’intelligence e cerca legittimazione internazionale. Se accettata, trasformerebbe le organizzazioni criminali da problema nazionale a minaccia transnazionale, aprendo a strumenti più incisivi come congelamento dei beni, cooperazione rafforzata e procedure di estradizione più efficaci.
Al centro della richiesta ci sono gruppi come Los Choneros, Los Lobos e Latin Kings, considerati da Quito non solo reti di narcotraffico, ma strutture capaci di esercitare controllo territoriale e potere economico. L’obiettivo è far riconoscere queste realtà come attori ostili dotati di capacità paramilitari e influenza sociale, segnando un cambio di paradigma nella lettura della criminalità organizzata.
Il Paraguay ha reagito con cautela, rinviando la decisione agli organi competenti. La classificazione come terrorismo comporta infatti implicazioni legali e politiche profonde, con effetti sulla cooperazione internazionale e sugli equilibri interni. Asuncion evita un rifiuto diretto, ma segnala la difficoltà di adottare automaticamente la linea ecuadoriana.
Intanto la sicurezza si impone come asse centrale nei rapporti tra i due Paesi. Oltre al contrasto al crimine, si discutono accordi su estradizione, intelligence e formazione delle forze di sicurezza. Un segnale di come in America Latina stia emergendo una nuova forma di integrazione, costruita non più su commercio o ideologia, ma sulla gestione del rischio criminale.
La strategia di Quito riflette anche una valutazione più ampia: le organizzazioni criminali sono ormai soggetti ibridi, capaci di combinare violenza, controllo del territorio e reti internazionali. Questo spinge verso una risposta più militarizzata, ma apre anche il rischio di una normalizzazione dell’emergenza, in cui la logica di guerra finisce per estendersi alla governance ordinaria.
In gioco c’è anche la tenuta economica del Paese. Il narcotraffico incide su investimenti, commercio e affidabilità logistica, aumentando il costo del rischio e riducendo l’attrattività internazionale. Per questo l’Ecuador cerca sostegno esterno, legando sicurezza e sviluppo in una strategia che unisce repressione delle reti criminali e apertura economica.
Il confronto con il Paraguay mostra una tendenza più ampia: in America Latina si sta ridefinendo il modo di affrontare organizzazioni che non rientrano più nelle categorie tradizionali. La proposta ecuadoriana punta a costruire una nuova dottrina regionale della sicurezza. Se troverà consenso, potrebbe segnare una svolta. In caso contrario, evidenzierà i limiti di una strategia che rischia di estendere troppo la nozione di terrorismo.
L’Ecuador, intanto, rilancia la sfida: trasformare la propria guerra interna in un modello regionale. Una scommessa che promette strumenti più forti contro le bande, ma che potrebbe anche spingere gli Stati verso una gestione permanente dell’emergenza.











