di Giovanni Ciprotti –
I grandi del mondo sono ieri volati in Israele per rendere omaggio a Shimon Peres, lo statista israeliano che nel 1994 aveva ricevuto, insieme all’allora premier israeliano Yitzhak Rabin e al leader palestinese Yasser Arafat, il Nobel per la pace. Una pace in Palestina che sembrava essere a portata di mano, dopo gli accordi del 1993 a Oslo tra israeliani e palestinesi, ma che purtroppo non si è mai concretizzata.
I media hanno giustamente dato grande risalto alla scomparsa del presidente Peres e i suoi funerali sono stati al centro delle edizioni dei notiziari e dei quotidiani di tutto il mondo.
Tuttavia, il 30 settembre potrebbe essere ricordato anche e soprattutto per un altro evento, molto più datato, che ha segnato negativamente la seconda metà del secolo scorso.
Quel giorno di settantotto anni fa a Monaco si concludeva una conferenza nella quale le principali potenze europee, rappresentate da Gran Bretagna, Francia e Italia, permettevano alla Germania di Hitler di appropriarsi di 25mila km quadrati di territorio cecoslovacco con il pretesto di voler difendere gli interessi delle popolazioni germanofone.
L’appeasement di Monaco, fortemente voluto dal primo ministro britannico Neville Chamberlain, avrebbe dovuto consentire di evitare la deflagrazione di un secondo conflitto mondiale. Vittima sacrificale di quell’accordo era la Cecoslovacchia, non presente alla conferenza di Monaco ne’ coinvolta nelle trattative.
La storia ci ha insegnato come andò a finire: Hitler incassò l’acquisizione dei Sudeti (i territori contestati), ebbe la prova dell’atteggiamento rinunciatario delle potenze europee e proseguì nel completamento dei suoi piani di predominio, messi in atto il primo settembre dell’anno successivo con l’invasione della Polonia.
Da quel lontano 1938, il ricordo del fallimentare tentativo di pacificazione di Monaco è stato più volte utilizzato, nel mondo occidentale, come strumento di lotta politica ogni volta che ci si è trovati a dover decidere in merito ad un possibile intervento per cercare di risolvere una crisi internazionale. Durante la Guerra Fredda, in più occasioni l’atteggiamento poco risoluto dei governanti venne stigmatizzato paragonandolo a quello dei capi di governo britannico e francese durante la conferenza del 1938, ritenuti colpevoli, con la loro inazione, di non aver saputo o voluto contrastare Hitler.
La tragedia che da anni si consuma in Siria ripropone gli stessi quesiti alla comunità internazionale: è necessario intervenire? è lecito intervenire? in che modo? quali sono gli interlocutori legittimati a prendere parte ai negoziati e alle operazioni militari?
Il mondo ha assistito ai primi anni della guerra civile in Siria senza muovere un dito. Quando lo ha fatto, dopo l’entrata in scena delle milizie di Daesh, la situazione era ormai precipitata e ciascuna delle potenze intervenute, a partire dagli Usa fino a giungere alla Russia, distingueva e distingue i “buoni” dai “cattivi” in base ai propri interessi nazionali, proiettati sullo stato e sulle genti siriane.
Così, anche quando si è cercato di intavolare i primi negoziati, le discussioni erano principalmente incentrate su chi fosse legittimato a sedersi al tavolo delle trattative: l’Iran era escluso dal veto americano e i combattenti curdi da quello turco; per alcuni il presidente al-Assad avrebbe dovuto accettare l’esilio perché i negoziati potessero iniziare, mentre c’era chi lo considerava comunque il legittimo governante della Siria e quindi indispensabile per la ricerca di una soluzione politica.
Dopo l’intervento della Russia nel conflitto, attorno alla crisi siriana sembra si sia ricreata l’atmosfera tipica del periodo della contrapposizione tra i blocchi della seconda metà del XX secolo, delle cosiddette “guerre per procura”, nelle quali le due superpotenze di quel tempo – Usa e Urss – evitavano di intervenire in prima persona nelle guerre locali ma solitamente ciascuna appoggiava una delle due fazioni in lotta.
Le notizie che giungono da Aleppo, la cui popolazione è sottoposta a sofferenze indicibili per gli effetti combinati di un assedio spietato e di bombardamenti effettuati in maniera indiscriminata, testimoniano la sovrapposizione di una guerra non dichiarata tra nazioni geograficamente estranee al conflitto alla guerra civile che dal 2011 si combatte sul terreno tra diverse fazioni tra loro concorrenti, che hanno come unico obiettivo comune quello di detronizzare al-Assad.
Le accuse mosse dagli Stati Uniti alla Russia per i recenti bombardamenti sulla città assediata sono probabilmente giustificate e condivisibili, ma i russi non sono gli unici a causare la morte di civili innocenti nel corso di azioni militari contro obiettivi nemici.
Dopo l’attentato alle Torri gemelle del 2001 e l’inizio della lotta – o guerra, come la chiamava qualcuno – al terrorismo di matrice islamica, le azioni militari delle diverse coalizioni a guida statunitense che hanno operato in Afghanistan, Iraq e Pakistan, condotte utilizzando le più diverse e sofisticate tecnologie belliche, hanno negli anni provocato la morte di migliaia di civili innocenti e indifesi, spesso donne, vecchi e bambini. A volte, per errore, missili e bombe hanno seminato la morte durante cerimonie religiose, alle quali non partecipavano torme di terroristi sanguinari, ma famiglie che forse festeggiavano un matrimonio. I rapporti delle autorità hanno in qualche occasione liquidato l’accaduto sotto la voce “effetti collaterali non desiderati”, come se si fosse trattato di un cornicione sbrecciato o di una porta divelta.
Esiti simili si riscontrano anche in seguito alle “eliminazioni mirate” portate a termine dalle forze armate israeliane nel conflitto che da decenni contrappone lo stato ebraico ai palestinesi. Spesso a farne le spese sono i civili, che incolpevolmente si trovano nel teatro d’azione.
Si tratta forse di morti di serie B? Eppure, in occidente c’è sempre chi, oltre a dolersi per le vite perse, trova il modo di giustificare l’azione bellica come necessaria per lo specifico contesto.
Le infuocate dichiarazioni dell’ambasciatore americano all’Onu, Samantha Power, ricordano le vecchie liturgie della Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti usavano l’Onu come tribuna internazionale per mettere in cattiva luce l’Unione Sovietica, ma tacevano quando a far discutere erano le “operazioni sporche” delle forze speciali di Tsahal o qualche “covert operation” della Cia.
Nessuna delle nazioni intervenute finora in Siria è priva di responsabilità, per quello che ha fatto o per quello che non ha fatto. Ma se si va avanti di questo passo le manovre per i propri obiettivi geopolitici che sembrano muovere le nazioni più potenti non porteranno mai ad una soluzione per le popolazioni siriane.
E’ necessario che il controllo delle operazioni passi alle Nazioni Unite, per quanto non abbiano dato prova di grande efficacia in nessuna delle crisi del passato. O quanto meno che gli Stati Uniti riconoscano alla Russia la dignità e lo status di potenza regionale di primo piano, accettandola come interlocutore al loro stesso livello. Altrimenti la guerra civile siriana rimarrà l’ennesimo banco di prova per i duelli a distanza tra le diverse potenze regionali che puntano a realizzare i propri disegni.
Nel libro di Paul Nizan, “Cronaca di settembre”, dedicato alla conferenza di Monaco del 1938, sono riportati in allegato alcuni documenti tra i quali una nota diplomatica, stilata alle 4 del mattino del 30 settembre dal ministro britannico a Praga, Basil Newton: “Ci era stato spiegato in modo sufficientemente brutale – e da un francese – che si trattava di una condanna senza appello e senza possibilità di modifiche. Chamberlain non nascondeva la stanchezza. Dopo la lettura del testo, ci consegnarono una seconda carta, leggermente corretta. Poi, prendemmo congedo e uscimmo. La repubblica cecoslovacca, come era stata disegnata dalle frontiere del 1918, aveva cessato di esistere”.
Speriamo di non dover leggere note analoghe sulla Siria tra qualche decina di anni.

