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Il Gran muftì d’Egitto Wadi Shawki Allam ha commutato in 25 anni di reclusione la condanna a morte dell’ex presidente egiziano Mohammed Morsi e del leader dei Fratelli Musulmani Mohammed Badie: la pena dei 25 anni è assimilabile alla condanna a morte secondo le leggi del paese, in cui non esiste l’ergastolo.
Era stato il tribunale del Cairo ad emettere le condanne a morte nei confronti dei due e di numerosi altri imputati per aver organizzato l’evasione di massa dei Fratelli Musulmani dal carcere Wadi El-Natroun nel 2011.
La Corte d’assise ha invece annullato l’assoluzione per Morsi e Badie per i reati di spionaggio a favore di Hamas, Hezbollah e Iran, condannandoli all’ergastolo, cioè a 25 anni di reclusione.
Nello stesso processo su Hamas sono state confermate 16 condanne a morte di cui 13 in contumacia.
Dure le parole del presidente della corte, il quale ha detto, rivolgendosi a Morsi, “tu non sei più presidente, perché sono scesi in piazza 30 milioni di egiziani che hanno invocato l’intervento dell’esercito”.
Morsi, leader del movimento islamista dei Fratelli Musulmani, era diventato presidente il 20 giugno 2012, ma la realtà vedeva un paese fortemente spaccato in due, con proteste, scontri e violenze. Per riportare la situazione sotto controllo era intervenuto l’esercito guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi (oggi presidente), il quale il 3 luglio 2013 aveva deposto il leader del Fratelli Musulmani.
Il movimento era finanziato dal Qatar, tanto che ancora oggi i vari esponenti non arrestati si trovano in esilio a Doha. Molti altri che non hanno lasciato l’Egitto sono stati processati e condannati a diverse pene, fra le quali diverse condanne a morte.
