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Fioccano in Egitto le condanne dei tribunali nei confronti degli esponenti dei Fratelli Musulmani, movimento sostenuto dal Qatar che aveva conquistato il potere dopo la caduta di Hosni Mubarak, salvo poi perderlo con il golpe militare del 3 luglio 2013: solo ieri 22 militanti sono stati condannati a morte per aver assaltato nel pieno degli scontri dell’estate 2013 una stazione di polizia a Kerdasa, evento in cui rimase ucciso un poliziotto, mentre l’11 aprile scorso l’Alta Corte del Cairo ha confermato la pena capitale per la guida spirituale e leader dei Fratelli Musulmani Mohammed Badie, insieme ad altri 11 detenuti coinvolti nei disordini che portarono alla morte fra agenti e sostenitori di una e dell’altra parte, di 2.500 persone.

Oggi è arrivata la condanna a 20 anni di reclusione per l’ex presidente egiziano Mohamed Morsi, ritenuto colpevole di aver incitato all’uccisione di manifestanti durante i disordini di fine 2012 davanti al palazzo presidenziale. Si tratta quindi di solo uno dei capi di cui è stato accusato Morsi.

L’ex presidente, oggi 64enne, aveva vinto le elezioni presidenziali nel giugno 2012 con il 51% dei voti, battendo Ahmed Shafiq, ultimo primo ministro di Mubarak, che aveva ottenuto il 48%: il paese si era così presentato come spaccato in due, ma Morsi non aveva voluto tentare un governo di unità nazionale proseguendo con una politica accusata di islamizzare il paese.