di Guido Keller –

Finalmente dopo una settimana in mano ai sequestratori jihadisti, sono stati liberati i sei membri delle Forze di sicurezza ed il militare egiziano presi in ostaggio una settimana fa nel Sinai: i rapitori chiedevano la liberazione dei loro compagni arrestati in occasione dell’assalto ad un campo nei pressi di Arish, importante centro che raccoglie il gas proveniente dalla Siria e dall’Egitto per poi dirottarlo in Israele.

Contestualmente alla liberazione dei sette, è stato riaperto il valico di Rafah, per Gaza: la mediazione fra l’esercito regolare e gli jihadisti, che da diversi mesi si sono stanziati nel Sinai, è stata affidata ai beduini autoctoni, evitando così al presidente Morsi di doversi addentrare in una trattativa che, de facto, avrebbe riconosciuto l’autorità degli jihadisti.

Nella serata di ieri il premier Hisham Qandil ha affermato che erano in corso “intensi sfozi” per la liberazioni dei rapiti.

Proprio per contrastare la presenza nella penisola degli jihadisti, vicini se non parte integrante di al-Qaeda, il Cairo ha deciso di aumentare la presenza militare nel Sinai, zona no fly per via del trattato di Camp David firmato dal presidente egiziano Anwar al-Sadat e dal Primo Ministro israeliano Menachem Begin il 17 settembre 1978.

Il campo di Arish era stato oggetto di attacchi anche nel novembre scorso, mentre le scaramucce fra le Forze di sicurezza egiziane e gli jihadisti sono quasi all’ordine del giorno e comunque in una fase di stallo, tanto che in più occasioni il presidente Mohammed Morsi ha cambiato i vertidi civili e militari di stanza nel Sinai; il 21 agosto dello scorso anno il premier israeliano Netanyahu aveva ammonito l’Egitto di ritirare i propri blindati dalla regione, proprio facendosi forza dell’accordo del 1978, ma, in segno di apprezzamento per la lotta agli jihadisti, da Tel Aviv era arrivata al Cairo l’autorizzazione a far volare sul Sinai gli elicotteri.