di Enrico Oliari –
Ha preso oggi il via a Bruxelles la riunione degli ambasciatori dei 28 paesi dell’Unione europea in Egitto per valutare la situazione e preparare l’incontro fra i ministri degli Esteri al fine di stabilire se e quali misure prendere nei confronti del Cairo per tentare di fermare le violenze e favorire la ripresa del processo democratico.
Al momento la posizione comune del presidente del Consiglio Herman Van Rompuy e del capo della Commissione Manuel Barroso è per la revisione dei rapporti fra l’Unione ed il paese nordafricano a causa dei fatti di sangue di questi giorni; i due hanno indicato che “Deve essere evitata ogni ulteriore escalation che potrebbe avere conseguenze imprevedibili per l’Egitto e la regione: la Ue è stata al fianco dell’Egitto negli ultimi due anni. Non si possono ignorare le richieste di democrazia e libertà fondamentali della popolazione, e ancor meno soffocarle nel sangue. Le violenze e le uccisioni di questi ultimi giorni non possono essere giustificate ne’ condonate”. Van Rompuy e Barroso hanno anche chiesto la liberazione dei prigionieri politici.
Soddisfazione per quanto espresso dai due massimi esponenti dell’Unione europea è stata espressa dal ministro italiano Emma Bonino, per la quale “L’obiettivo primo è la cessazione delle violenze, anche se è solo il primo passo”. Bonino si è detta contraria all’ipotesi ventilata dal premier egiziano Hazem al-Beblawi di mettere fuori legge il movimento dei Fratelli Musulmani, in quanto “sarebbe una decisione infelice e sciagurata: la storia ci insegna che quando partiti e movimenti sociali sono costretti alla clandestinità prevale sempre l’anima estremista e violenta”.
Per il confinante Israele l’Esercito egiziano va invece sostenuto: lo scrive oggi il The Jerusalem Post, il quale cita “fonti governative” secondo le quali è sbagliato “minacciare, nuocere o sottrarre risorse ai militari”, con un’allusione sia all’Unione europea che agli Stati Uniti, i quali hanno ieri fatto sapere che potrebbero non consegnare al Cairo i dodici elicotteri Apache concordati.
Per Tel Aviv “La priorità al momento non è la democrazia ma il funzionamento dello Stato egiziano: una volta che questo si sia rimesso in carreggiata, si potrà parlare di riavvio del processo democratico” (…) “Se si scarta il fattore Esercito, l’Egitto prenderà al strada della Siria, della Tunisia e della Libia: piaccia o no, oggi nessun altro può controllare l’Egitto”.
Sulla crisi è intervenuto anche il capo dell’Esercito dell’Egitto, generale Abdel Fatah El-Sissi, il quale ha difeso le iniziative “trasparenti” adottate per riportare l’ordine e soprattutto prevenire la minaccia di un “conflitto politico che condurrà l’Egitto in un tunnel oscuro e si trasformerà in conflitto su base religiosa”. El-Sissi ha comunque ribadito che “In Egitto c’è spazio per tutti”, frase che potrebbe aprire uno spiraglio ad una possibile tregua fra le parti; forse anche per questo lo stesso generale, che è anche ministro della Difesa, ha fatto sapere che i comitati popolari spontanei, ovvero le milizie anti-Fratelli Musulmani che si sono formate nelle ultime settimane per colpire gli islamisti, verranno sciolte a causa delle “azioni illegali commesse”.
Se, tuttavia, ieri la situazione in Egitto sembrava essersi parzialmente tranquillizzata, l’Alleanza dei movimenti pro-Morsi ha indetto per oggi nuove manifestazioni al Cairo, nei quartieri di Heliopolis, dove vi è il Palazzo presidenziale, di Giza, di Maadi, di Imbaba e nei centri di Helwan e di Zeitun.
Ed in piena crisi, quasi gettando benzina sul fuoco, mentre l’ex presidente Mohammed Morsi è agli arresti con i massimi dirigenti dei Fratelli Musulmani in una località sconosciuta, l’autorità giudiziaria ha disposto la scarcerazione dell’ex raìs, Horsni Mubarak, in quanto decadute le accuse nei suoi confronti. Mubarak resta agli arresti domiciliari per l’affaire delle tangenti a un media statale.
Ma vi è un altro fronte aperto in Egitto, di cui si parla poco: nel Sinai, zona interdetta alle azioni militari per via degli accordi di Camp David del 1978, stazionano ormai da mesi gruppi jihadisti ascrivibili ad al-Qaeda, i quali spesso arrivano ad attaccare militari ed agenti delle Forze di sicurezza, quando non edifici pubblici nell’importante città di al-Arish, dove arriva il gas siriano diretto in Israele, dopo essere stato condotto fino ad Aqaba lungo la Giordania.
E’ di oggi l’ultimo fatto di sangue: nei pressi di Abu Taqila, nel nord del Sinai, 27 agenti delle Forze di sicurezza sono stati fatti scendere dai due mezzi che li trasportavano e 25 di loro sono stati trucidati da gli jihadisti, mentre due versano in gravissime condizioni.
I poliziotti provenivano dal valico di Rafaf, dove prestavano servizio ed anche i mezzi si cui viaggiavano sono stati distrutti con razzi.

