di Giuseppe Gagliano –
Con la decisione del Parlamento di prolungare fino al 2027 la detenzione preventiva di oltre 88 mila presunti membri delle maras, il presidente Nayib Bukele porta alle estreme conseguenze la sua guerra contro le bande criminali che hanno segnato per decenni la vita quotidiana del Paese. Le maras, soprattutto Barrio 18 e MS-13, hanno costruito un sistema di potere parallelo, fatto di estorsioni, violenze e controllo capillare del territorio. In questo contesto, l’opinione pubblica salvadoregna percepisce l’azione del governo come un atto di liberazione: meno omicidi, quartieri più sicuri, possibilità di muoversi senza il giogo della paura.
Dietro la retorica del successo resta però l’incognita economica. La riduzione della criminalità ha effettivamente riaperto spazi per turismo, investimenti e piccole attività commerciali. Tuttavia, l’economia salvadoregna rimane dipendente dalle rimesse degli emigrati negli Stati Uniti e da un tessuto produttivo fragile. L’immagine di un Paese “sicuro” potrebbe attrarre capitali, ma la concentrazione del potere e la scarsa trasparenza giuridica rischiano di allontanare investitori internazionali sensibili alla stabilità istituzionale.
Dal punto di vista militare e di sicurezza interna, Bukele ha trasformato la guerra alle maras in una sorta di operazione di controinsurrezione. Le detenzioni di massa, la costruzione di maxi-carceri e i processi collettivi per cellule criminali ricordano metodologie tipiche delle campagne militari piuttosto che di uno Stato di diritto. Questo approccio ha funzionato nel breve periodo, ma pone interrogativi sulla sostenibilità: tenere decine di migliaia di detenuti in prigione per anni rappresenta un costo enorme e rischia di alimentare nuove radicalizzazioni all’interno del sistema carcerario.
Sul piano geopolitico, Bukele si propone come leader innovativo e carismatico, capace di imporre un “modello salvadoregno” esportabile in altri Paesi dell’America Latina, anch’essi devastati dal crimine organizzato. Non a caso diversi governi della regione guardano con attenzione, oscillando tra l’ammirazione per i risultati e la preoccupazione per le derive autoritarie. Allo stesso tempo, la relazione con Washington resta cruciale: gli Stati Uniti, storicamente attenti al controllo delle dinamiche centroamericane, si trovano di fronte a un alleato ingombrante che utilizza il linguaggio della sicurezza per consolidare un potere personale potenzialmente illimitato.
Il cuore della questione risiede nella riforma costituzionale che consente a Bukele di ricandidarsi senza limiti. Dopo la rielezione trionfale del 2024, il presidente punta a un controllo quasi assoluto delle istituzioni, rafforzato dalla popolarità guadagnata con la repressione delle bande. La linea dura è diventata un capitale politico, trasformando Bukele in un “uomo indispensabile” per gran parte della popolazione. Ma la storia latinoamericana insegna che la concentrazione del potere nelle mani di un leader carismatico può facilmente scivolare verso l’autoritarismo.
Organizzazioni locali e internazionali hanno già segnalato il rischio di arresti arbitrari e di condanne senza prove solide. Finora queste critiche non hanno scalfito la fiducia dei cittadini, ma nel lungo periodo potrebbero indebolire la credibilità internazionale del Salvador. La vera sfida sarà conciliare la lotta alle maras con uno Stato di diritto che non si limiti a reprimere, ma costruisca alternative sociali ed economiche per le nuove generazioni.
El Salvador di Bukele è oggi un laboratorio politico: da un lato la riduzione della violenza che restituisce ossigeno a una società stremata, dall’altro il consolidamento di un potere personale che rischia di compromettere le basi democratiche. Il Paese si trova a un bivio: trasformare il successo militare contro i gang in un progetto di sviluppo e coesione sociale, oppure scivolare in un modello securitario autoritario, che garantisce l’ordine ma cancella la pluralità. È in questo equilibrio instabile che si gioca il futuro del piccolo Stato centroamericano, osservato con attenzione da tutta la regione.




