Entusiasmi primaverili ed equivoci esistenziali

di Cesare Scotoni –

Come ampiamente preventivato da queste colonne, l’uscita di scena di Joe Biden e il naufragio di quel Partito Democratico che aveva frettolosamente accettato di candidare “in corsa” Kamala Harris, già rumorosamente bocciata alle primarie dello stesso partito, sta riportando al centro del dibattito proprio la natura della NATO e la mancata svolta del dopo Pratica di Mare, di cui l’amministrazione Obama porta la responsabilità. Fingendo di discutere di riarmo europeo e di nuovi nemici.
“La NATO è un’Alleanza militare che si fonda su poco più di tre pagine di accordo, semplici ed inequivocabili, in cui ruoli, gerarchie e procedure sono ben definiti; gli accordi di Maastricth invece richiedono un manuale per essere spiegati, contengono diverse contraddizioni e necessitano di interpretazioni in base alle situazioni”. Questo mi disse un amico generale anni fa, per spiegare con semplicità il vantaggio competitivo che i membri dell’Unione Europea traevano dall’essere parte integrante di quella Alleanza. Per avere però un quadro più completo si dovrebbe aggiungere che i membri dell’Unione, in assenza di una Costituzione che dia un Senso ed una Governance a quella scommessa e che consenta quindi di esprimere una Politica Europea, si trovano ad essere in concorrenza e competizione tra loro su molti degli scenari internazionali e degli ambiti di crescita tecnologica. Una Sovranità a metà, una moneta unica che unica non è ed interessi spesso divergenti. Con un “allargamento” precipitoso verso i Paesi già membri del Patto di Varsavia individuati come spazio previlegiato per garantire uno sbocco alla capacità produttiva di quei Paesi che sostanziano il P.I.L. dell’Unione Europea. Ed un meccanismo di Difesa Comune che peraltro comprende Paesi che dell’Unione non sono ed esclude altri la cui essenza è costitutiva dell’Europa e della sua cultura.
Come ieri nella ex Yugoslavia, così oggi in altre aree che vanno dal Caucaso al Baltico, o dall’Egitto all’Algeria, o dal Libano all’Iran, singoli interessi nazionali e direttrici geopolitiche più ampie, pongono in concorrenza ed anche in conflitto Paesi che si ritrovano più sulle regole doganali e finanziarie che modulano i mercati che su un progetto politico in grado di convergere oltre la miriade di accordi bilaterali e di finzioni che sostengono lo spazio dell’allargamento. Peraltro la Forza Militare in grado di imporre e sostenere poi dei nuovi equilibri è un monopolio degli Stati Uniti d’America e dei suoi contribuenti. E si è visto recentemente nel Caucaso, in Libia, in Mali, in medio Oriente e nei Balcani. Il pretesto dell’espansionismo russo da est ad ovest è risibile, stando che fino all’avvio della guerra ibrida iniziata con la Brexit e proseguita poi con l’allarme pandemico del 2019, la Russia ha partecipato alle attività della NATO per tre lustri. A Londra si da la colpa alle ambizioni francesi ed a Roma alle pretese egemoniche di Berlino, ma appare evidente che il problema è legato alla Governance dell’Unione ed ai modi dell’allargamento. E l’Italia oggi, dopo la vicenda libica del 2011, si fida più della NATO che dell’Unione, ma innanzi tutto cerca a Washington uno spazio per modificare il rapporto con Londra ad 80 anni dalla sconfitta nella II Guerra Mondiale. E questa appare una giusta ambizione.