di Shorsh Surme

Gli attacchi dei caccia bombardieri Turchi sui campi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nel territorio del Kurdistan dell’Iraq e la reazione giustificata della popolazione curda nei confronti dei militari turchi segnano la fine della tregua tra la Turchia e i curdi, la quale era incorso da due anni.

Il Pkk ha certamente sbagliato ad uccidere due poliziotti turchi subito dopo l’attentato del 20 luglio, quando un ragazzo turco affiliato all’Isis, Seyh Abdurrahman Alagoz, si fatto esplodere in mezzo a 300 ragazzi curdi e turchi che si stavano accingendo di andare per una settimana a Kobane, nel Kurdistan siriano, per dare una mano nella ricostruzione. Il Pkk così ha dato alibi ad Erdogan per attaccare i curdi, nonché l’occasione di adombrare la sua sconfitta elettorale e le accuse di corruzione che coinvolgono lui e la sua famiglia.

Gli attacchi turchi hanno chiaramente motivazioni di politica interna. Infatti il partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Ak) ha perso la sua maggioranza di governo nelle elezioni del 7 giugno scorso, quando per la prima volta un partito curdo ha superato brillantemente la soglia del 10% e ha portato 80 parlamentari nell’Assemblea turca.

Erdogan era riconosciuto per il suo approccio pragmatico alla questione curda, ma ha preso un taglio nazionalista anti-curdo da quando è stato eletto come presidente della Repubblica l’anno scorso.

Molti politologi e esperti della questione curda in Medio Oriente credono che il governo di Erdogan abbia sfruttato l’occasione per attaccare il Pkk per creare i sentimenti anti-curdi, nella speranza che le elezioni anticipate previste per il novembre prossimo non permettano al partito curdo Hdp di superare la soglia del 10% dei voti.

Ciò potrebbe dare all’Ak una schiacciante maggioranza in parlamento, necessaria per permettere a Erdogan di completare il suo progetto e sogno di cambiare la Costituzione e di dare alla Turchia una presidenza esecutiva

In merito alla questione della corruzione, il giornale turco Zaman ha riportato il 20 luglio un articolo dal chiaro titolo “L’opposizione invita i pubblici ministeri a riaprire il dossier corruzione”, ovvero i dossier del dicembre 2013, quando quattro ministri, quelli dell’Ambiente, degli Affari europei, degli Interni e dell’Economia del governo dell’allora primo ministro Recep Tayyip Erdogan, si dimisero in quanto coinvolti in atti di corruzione e commercio illegale di oro, ed insieme a loro vi erano uomini d’affari, banchieri, figli di ministri e persino diversi membri della famiglia di Erdogan.

Quest’ultimo sta oggi facendo terra bruciata nel Kurdistan della Turchia (Kurdistan del Nord), tra arresti e pestaggi nelle maggiori città curde, in particolare nella città di Diyarbakir” capitale del Kurdistan, dove si sta arrivando a una situazione esplosiva con i terroristi dell’Isis alle porte.