di Giovanni Ciprotti –

“Nel mese di ottobre (1946) Washington decise che la Turchia rappresentava la pietra angolare strategica dell’intera regione”, scrivevano gli storici Joyce e Gabriel Kolko negli anni Settanta nel loro libro “I limiti della potenza americana”, dedicato alla politica estera statunitense nei primi dieci anni dopo la seconda guerra mondiale.

Il 12 marzo 1947 il presidente Harry Truman chiese al Congresso americano lo stanziamento di 400 milioni di dollari per aiutare la Grecia e la Turchia a resistere “ai tentativi di sottomissione da parte di minoranze armate o di pressioni esterne”, in quanto “regimi totalitari imposti a popoli liberi, per mezzo di aggressioni dirette o indirette, minano le fondamenta della pace internazionale e quindi la sicurezza degli Stati Uniti”.

Quel discorso sarebbe poi stato ricordato come la “dottrina Truman”, uno dei passaggi più significativi della fase iniziale della Guerra Fredda. Da allora la Turchia è rimasta nell’orbita degli Stati Uniti. Con l’ingresso del paese euro-asiatico nella Nato, avvenuto nel 1952, l’alleanza occidentale – ma gli Usa in primis – si è assicurata il controllo di un Paese fondamentale sia in funzione anti-sovietica sia come testa di ponte per le operazioni nel Vicino e nel Medio Oriente.

Washington ha sempre avuto un occhio di riguardo per la Turchia e non certo per le sue peculiarità di nazione democratica. Ai tempi della crisi dei missili di Cuba, nell’ottobre del 1962, Kennedy e Kruscev si accordarono perché i sovietici rimuovessero le basi missilistiche dall’isola caraibica in cambio dell’impegno statunitense a non invadere più Cuba. L’accordo con l’URSS prevedeva anche lo smantellamento dei missili Jupiter, da poco installati sul suolo turco, ma quella condizione restò per molto tempo segreta: gli Stati Uniti, benché avessero già deciso ben prima dello scoppio della crisi dei missili di rimuovere gli Jupiter turchi perché tecnologicamente obsoleti, non potevano rendere pubblica una simile intesa senza che i loro alleati turchi – e anche i Paesi dell’Europa occidentale – avessero la percezione che gli Stati Uniti erano disposti ad indebolire il sistema di sicurezza europea pur di garantire la sicurezza nell’area caraibica, il loro “cortile di casa”.

Le vicende innescate dal fallito colpo di stato in Turchia del 15 luglio scorso, al netto di tutti i dubbi sulle modalità e sugli organizzatori del golpe, hanno fornito al presidente Recep Erdogan il pretesto per colpire il dissenso in qualsiasi settore della società turca, anche indipendentemente dal reale coinvolgimento nel progetto eversivo. Da qualche giorno si è iniziato a parlare di introduzione della pena di morte e l’Unione Europea, per voce dell’Alto Commissario per la Sicurezza, Federica Mogherini, ha lanciato un monito alla Turchia mettendo in chiaro che una nazione che applica la pena di morte non può essere ammessa in Europa. Alle sue parole hanno fatto eco quelle della cancelliera tedesca, Angela Merkel, che ha ribadito il medesimo concetto.

I rapporti di Ankara si sono fatti più tesi anche con Washington, per via della presenza sul suolo americano dell’imam e magnate Fethullah Gulen – dalla fine degli anni Novanta in autoesilio negli Stati Uniti – additato dal presidente Erdogan come l’ideatore del colpo di stato e paragonato addirittura a Osama Bin Laden. La Turchia ha richiesto alle autorità statunitensi l’arresto e l’estradizione di Gulen. Washington ha da un lato dichiarato la propria disponibilità a collaborare con la Turchia ma dall’altro invitato Erdogan a moderare i toni nelle sue dichiarazioni pubbliche.

Il presidente turco, apparentemente indifferente alle pressioni internazionali, tira dritto per la sua strada facendo arrestare ufficiali, licenziare funzionari ministeriali e sospendere giudici e insegnanti.

E’ possibile che l’Unione Europea intenda veramente annullare i negoziati di pre-ammissione della Turchia in Europa in caso di introduzione della pena di morte, ma potrebbe anche accadere che Bruxelles, di fronte alla reale possibilità che la Turchia spalanchi i cancelli ai milioni di profughi siriani che vorrebbero giungere in Europa, decida di tornare sui propri passi, soprattutto se il presidente turco dovesse dichiarare di ricorrere allo pena capitale soltanto per un periodo limitato e giustificarlo come uno strumento sgradevole ma necessario per salvaguardare la sicurezza nazionale minacciata dai golpisti.

Mentre le dichiarazioni dei politici europei e i comunicati del governo turco si sovrappongono le une agli altri, è stato annunciato un incontro tra Recep Erdogan e Vladimir Putin, che dovrebbe aver luogo in Russia all’inizio di agosto.

Forse si tratta un segnale di avvicinamento tra Turchia e Russia, nazioni storicamente in contrasto e dal novembre scorso in pessimi rapporti, da quando i turchi hanno abbattuto un jet militare russo, colpevole di aver invaso, seppure per una manciata di secondi, lo spazio aereo turco durante una missione in Siria contro postazioni dell’Isis. Ma i recenti contatti tra Ankara e Mosca potrebbero anche far parte di un disegno di Erdogan per “alzare la posta” con Washington, simulando un improvviso interesse per Putin. All’interno del “bluff” potrebbe essere interpretata anche l’insistenza con la quale la Turchia sta chiedendo agli Stati Uniti la testa di Gulen.

Gli Stati Uniti non hanno interesse ad intromettersi negli affari interni turchi, purché il governo in carica confermi l’appartenenza alla alleanza occidentale e non comprometta gli interessi strategici statunitensi nella regione. Garantiti questi obiettivi, Washington può tollerare piccole e grandi violazioni dei diritti umani e civili nell’ambito delle politiche interne turche, come ha fatto in passato quando il governo di Ankara ha usato la mano pesante contro i curdi o ha imposto una durissima censura ai media non favorevoli al governo – e come del resto ha fatto in tutto il periodo della Guerra Fredda, accettando gli eccessi di dittatori di ogni risma, purché convintamente anticomunisti e garanti degli interessi economici statunitensi. Gli Stati Uniti non possono permettersi di “perdere la Turchia”. Come ai tempi della contrapposizione tra i due blocchi, anche stavolta a Washington ci sarà qualcuno che dirà, parlando di Erdogan: “E’ un gran figlio di puttana, ma è il “nostro” figlio di puttana”.

Il presidente turco ne è consapevole e sfrutterà la cosiddetta “tirannia del più debole” sull’alleato americano, per strappare quante più concessioni gli è possibile facendo intendere agli statunitensi che la Turchia potrebbe rivedere la propria collocazione strategica nella regione e coltivare nuove relazioni con gli ex-nemici russi, sempre interessati ad aumentare la loro influenza sullo stretto dei Dardanelli.