di Enrico Oliari –
In occasione della maxi-manifestazione di due gironi fa a Istanbul, un milione di persone in piazza e 81 schermi piazzati in altrettante città con altrettanti incontri, il presidente turco Recep Tayyp Erdogan è tornato nuovamente sulla questione della pena di morte, “che approverei se il Parlamento votasse per introdurla”.
Non è la prima volta che, a seguito del tentato golpe del 15 luglio, il presidente turco chiede de facto alla classe politica di fare presto e di introdurre la pena capitale, magari per impiegarla in modo massiccio contro i numerosissimi seguaci di Fethullah Gulen. Il ricco imam, acerrimo nemico di Erdogan, si è autoesiliato nel 1999 negli Stati Uniti ma è rimasto leader in Turchia del partito “Alleanza per i valori condivisi”, proprietario di numerosissimi media e capo di un movimento, fino a prima delle purghe di queste settimane, ben radicato nelle scuole, nell’esercito e negli apparati amministrativi dello Stato.
Quella di Erdogan è una partita a poker dove c’è chi bluffa e chi azzarda. Lui ha in mano le carte dell’accordo sull’immigrazione, oneroso per l’Ue ma senza il quale milioni di migranti invaderebbero l’Europa, e del ruolo chiave della Turchia nel contesto Nato.
L’Unione Europea, che già ha tollerato troppo circa la reazione di Ankara al più o meno autentico golpe, all’unisono ha avvertito la Turchia che non vi sarà nessuna adesione alla Casa comune nel momento in cui dovesse essere introdotta la pena di morte.
L’Austria ha già chiesto attraverso il cancelliere Kern l’interruzione delle trattative e la Pesc Federica Mogherini ha dichiarato che “Nessun paese può diventare Stato membro dell’Ue se introduce la pena di morte, questo è molto chiaro”. Pena, tra l’altro, abolita nel 2004 (le ultime esecuzioni erano di vent’anni prima).
Unica eccezione il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, per il quale o stop all’adesione sarebbe “un grave errore”.
Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha rilanciato sul tavolo verde ed è tornato ad avvertire Bruxelles che se entro ottobre non vi sarà l’abolizione dei visti per i cittadini turchi diretti in Europa salterà l’accordo sui migranti, il quale prevede, in cambio di trattenere i migranti entro i confini turchi, grossomodo che vengano riaperti i processi di adesione della Turchia all’Unione Europea, l’esborso di 6 miliardi di euro (400 milioni già consegnati, 500 milioni la parte complessiva italiana) alla Turchia per la gestione dei migranti e, appunto, la sospensione dei visti per i cittadini turchi.
Nella partita ancora aperta vi sono altri due giocatori: gli Usa, che hanno fatto sapere l’intenzione di non estradare l’imam Gulen e per i quali l’alleanza con la Turchia è fondamentale sia per la partecipazione alla Nato, che soprattutto perché non divenga sensibile alle mire dei russi, desiderosi di espandersi commercialmente ma anche come influenza proprio in Turchia.
Il presidente russo Vladimir Putin non ha mai fatto mistero della propria insofferenza nei confronti di Erdogan, ma di certo non gli dispiace l’idea di allargarsi in Turchia, dopo che la Nato ha messo e sta mettendo un po’ ovunque la propria bandierina attorno ai confini della Russia occidentale.
D’altronde Erdogan ha affermato nei giorni scorsi che se l’imam non verrà estradato si dovranno rivedere i rapporti con gli Stati Uniti e con la Nato, un’ipotesi che per gli Usa va scongiurata e che porterà il 24 agosto il segretario di Stato John Kerry ad Ankara.
Tuttavia, prima di quell’appuntamento ve n’è un altro, da non sottovalutare: tra poche ore il presidente turco Erdogan incontrerà a Mosca Vladimir Putin, ed il timore che questi possa girare sul tavolo il poker d’assi è tutt’altro che remota. Specie dopo le scuse per il Su-24 abbattuto sui cieli siriani (o turchi) il 24 novembre 2015 e la conseguente riapertura dei grandi progetti, tra i quali la costruzione di una centrale nucleare e dei gasdotti diretti nel ricco mercato europeo.

