di Enrico Oliari –

E’ esplosa la protesta sciita nei confronti dell’Arabia Saudita dopo la condanna a morte eseguita il 2 gennaio con altre 46, dell’imam Nimr al-Nimr, il quale lottava per i diritti e contro le discriminazioni della minoranza sciita nella provincia orientale del Qatif, ma è stato ritenuto colpevole di aver istigato alla secessione dei territori orientali, i più ricchi di petrolio.

Fatto sta che le proteste degli sciiti si stanno facendo sentire un po’ ovunque ed in particolare nella nazione sciita per eccellenza, l’Iran, dove nella notte di ieri è stata assaltata dai dimostranti l’ambasciata saudita a Teheran ed il consolato di Mashad, nel nord del paese, è stato incendiato.

In Bahrein, Iraq, Libano e Yemen la rabbia è tanta, ma anche a Washington l’uccisione del principale leader sciita dell’Arabia Saudita non è stata presa bene, poiché cade in un momento dove serve il raffreddamento delle ataviche tensioni fra gli sciiti ed i sunniti. Importanti scontri fra polizia e manifestanti si sono svolti in Bahrein, paese schierato con Riyad ma la cui maggioranza religiosa è islamico-sciita, mentre in Arabia Saudita, oltre ai cortei indetti dagli sciiti nonostante i divieti, in un attacco alla polizia da parte di ignoti è rimasta uccisa una donna. In Iraq tre moschee sunnite sono state attaccate nella provincia di Babil.

La provocazione, del tutto studiata e quindi voluta da parte dei sauditi, ha lo scopo di far uscire la monarchia Saud dal pantano in cui si è infilata in Siria e nello Yemen, dopo che è divenuto palese l’appoggio ed il finanziamento di Ryad a gruppi qaedisti come Jabat al-Nusra, come pure il coinvolgimento inutile del paese nei vari conflitti: ha quindi una valenza rivolta all’esterno, ma anche una da leggersi nel contesto interno, dove si è voluto dimostrare fermezza e forza. Inoltre il proposito è stato quello di coinvolgere l’alleato Usa e a catena gli europei in una nuova querelle con la Repubblica Islamica dell’Iran, spostando l’attenzione dagli errori commessi nel tentativo di divenire la potenza egemone del mondo sunnita.

Prudentemente John Kirby, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, si è limitato ad un circostanziale “invito al governo saudita a rispettare e proteggere i diritti umani e a garantire procedimenti giudiziari equi e trasparenti”, ma la realtà vede un occidente inebetito da un gesto che si traduce nella benzina sul fuoco di una serie di conflitti prima di tutto ideologici, un incendio di facile espansione i cui esiti potrebbero essere imprevedibili.

Una “dura” nota della Casa Bianca si limita ad auspicare che tutti vadano d’accordo.

Le ultime notizie danno una crisi in crescendo, che è già arrivata ai livelli diplomatici: il giovane ma potente  ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir ha prima ordinato il rientro del corpo diplomatico dall’Iran, quindi ha annunciato l’espulsione dei diplomatici iraniani dal Paese. Anche il Bahrein ha rotto le relazioni con l’Iran.

A invocare la “vendetta divina” è stato la guida suprema dell’Iran Ali Khamenei, che sul suo sito web ha scritto che “Senza dubbio l’illegittimo spargimento di sangue di questo martire innocente avrà un effetto rapido e la vendetta divina si abbatterà sui politici sauditi”. Ha quindi parlato di “errore politico” del governo saudita di aver ucciso un imam che non aveva invitato nessuno ad armarsi o a compiere complotti segreti, bensì “L’unica cosa che ha fatto è stata quella di criticare pubblicamente” il regime. Ha quindi chiesto agli alleati occidentali di Ryad “Perché non hanno detto nulla coloro che affermano di sostenere i diritti umani? Perché coloro che pretendono di sostenere la democrazia e la libertà supportano questo governo saudita”.

Indubbiamente in occidente regna l’imbarazzo per il comportamento dei sauditi: si sono fatte guerre per il burqa, per esportare la democrazia, per il rispetto delle minoranze, ma è proprio l’alleato saudita dell’occidente ad essere il caposaldo della discriminazione, la tundra dei diritti umani, dove i gay vengono impiccati, le donne non possono guidare, le minoranze religiose vengono represse e la monarchia è di tipo assolutistico: siamo ben oltre i regimi che l’occidente, con l’alleato saudita, ha rovesciato ed ancora combatte.

Di certo lezioni di bon ton non ne può dare neppure Alì Khamenei, dal momento che in Iran vi sono più esecuzioni capitali che in Arabia Saudita e che anche lì donne e minoranze religiose e gay, non se la passano tanto meglio.

Il quadro dei regimi ispirati alle religioni è quindi sempre lo stesso, pur cambiando gli ingredienti. Tuttavia il primo errore di noi occidentali è proprio quello di misurare popolazioni e culture estranee alla nostra ricorrendo al nostro metro, senza tener conto dell’assoluta diversità, per non dire inconciliabilità, dei processi storici.

E oggi più che mai rappresenta un controsenso la nomina in settembre da parte dell’Onu dell’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Trad alla presidenza del Gruppo consultivo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Ma a simili frivolezze siamo stati abituati da tempo, fin dal premio Nobel per la Pace dato al leader di un paese coinvolto in più conflitti, a cominciare dalla Siria.