di C.Alessandro Mauceri

Qualche giorno fa l’Espresso ha diffuso la notizia secondo cui uno stock di armi e relative munizioni sarebbero state spedite dall’Italia ai peshmerga curdi in guerra contro gli jihadisti dell’Isis.

Secondo l’associazione Rete Disarmo le armi sarebbero quelle facenti parte di uno stock di “materiale confiscato” negli anni Novanta nella ex Jugoslavia e conservate nell’arsenale militare nazionale. Armi di cui, già nel lontano nel 2006, la magistratura torinese ne aveva ordinato la distruzione e che, invece, risultano essere perfettamente funzionanti. Interrogata sulla vicenda, il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, si è giustificata dicendo che esiste una legge che permette di utilizzarle per “fini istituzionali”. Anzi, “in base all’evolversi della situazione contingente – ha aggiunto la Pinotti – non è esclusa altresì la possibilità di individuare, qualora richiesto, ulteriori forme di cooperazione/supporto a favore delle autorità irachene, sempre in coordinamento con la comunità internazionale”.

E da quando vendere armi ad un Paese in guerra può essere considerato un fine “istituzionale”? In realtà, la legge 108 del 3 agosto 2009 prevede sì la possibilità di usare il materiale sequestrato, ma solo dopo un decreto del ministro della Giustizia. Anzi, a ben vedere, nel 1990 il Parlamento italiano aveva varato una legge, la n.185 (con le successive modifiche) che regolamentava il traffico di armi da guerra. Ebbene, in base a questa legge, in Italia vige il “divieto di esportare armi in zone di conflitto, verso Paesi che violano i diritti umani, o verso cui vi sia il rischio di triangolazioni”. E, dato che i curdi sono “in guerra”, l’Italia non avrebbe dovuto e potuto vendere loro armi né autorizzare alcuna industria nazionale a farlo. La vendita di armi non avrebbe dovuto essere autorizzata né a loro né a tutti i Paesi del mondo ai quali il Bel Paese, in barba alla legge citata e all’Art. 11 della Costituzione italiana (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”), ogni anno vende fornisce armi e armamenti per miliardi di euro.

A cominciare da Israele, da decenni in guerra eppure grande cliente delle aziende italiane produttrici di armi. Anzi, a ben vedere, l’Italia è fra i maggiori fornitori europei di armi a Israele.

Eppure ogni anno il governo dovrebbe presentare al Parlamento (e all’opinione pubblica) una relazione dettagliata con informazioni sulle esportazioni di armi ai singoli Paesi e sulle politiche del commercio di armi. Sono molte le aziende italiane che operano in questo settore e fanno grandi affari. Ora, almeno stando a quanto riportato da L’Espresso, in questo giro d’affari, pare si sia inserito anche il governo italiano.

Un giro d’affari che non conosce crisi e che, negli ultimi anni, ha raggiunto cifre da capogiro. Basti pensare che negli ultimi dieci anni il nostro Paese ha venduto equipaggiamenti militari ad altri Paesi per un totale di oltre 36,5 miliardi di euro. E se è vero che parte di queste sono andate a nazioni amiche (come Francia, Stati Uniti, Germania o Regno Unito) altre sono finite in Afghanistan, in Cina, in Iraq, in Libia (nelle mani dell’ex “amico dell’Italia” Gheddafi) e persino in Siria, dove l’Italia è prima in Europa per vendite.

Un settore, quello della vendita di armi e armamenti, estremamente delicato e per questo normato e regolamentato. Eppure, come dimostrano alcuni fatti, gestito in modo che sarebbe eufemistico definire superficiale. Ad esempio, la Relazione governativa sulle esportazioni di sistemi militari del 2013 è stata inviata alle Camere con notevole ritardo rispetto ai tempi previsti dalla legge. “E’ dal 2008 – spiega Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo – che le Commissioni parlamentari non prendono in esame queste Relazioni. Nel frattempo non solo è stata ampiamente modificata la legge n. 185 che dal 1990 regolamenta la materia, ma è diventato sempre più difficile capire dalle Relazioni governative quali sistemi militari vengono effettivamente esportati: siamo disponibili a fornire ai parlamentari tutte le informazioni necessarie per un accurato esame della relazione e chiediamo di essere invitati per specifiche audizioni nelle commissioni”.

Un mondo oscuro quello dell’esportazione di armi e armamenti. Basti pensare che lotti cospicui (il 51% del totale) di armi e armamenti vengono inviati a Paesi non appartenenti né all’UE né alla Nato, cioè a Paesi che non fanno parte delle principali alleanze politiche e militari dell’Italia. Paesi che spesso sono stati accusati di acquistare armi per rivenderle al miglior offerente. Paesi come l’Arabia Saudita, l’Algeria, gli Emirati Arabi Uniti l’Oman sono ormai diventati mercati aperti. Lo stesso Egitto è diventato un ottimo cliente delle industrie di armi e armamenti italiane: nonostante la rivolta in corso, nel 2013, il ministero degli Esteri ha autorizzato l’esportazione in Egitto di materiali d’armamento per oltre 17 milioni di Euro (tra cui armi automatiche, munizioni, bombe e sistemi per la direzione del tiro) fino a quando non è stato imposto di rispettare le “misure restrittive” adottate per questo settore.

La verità è che nel mondo le guerre sono in aumento e questa, per chi produce armi, è un’opportunità da non perdere per fare soldi. Oggi, complice la voragine dei conti pubblici italiani, pare che questa sia diventata un’opportunità da non perdere anche per il governo.