di Manuel Giannantonio

Corrado Formigli è stato il primo giornalista italiano ad essere entrato nella città di Kobane (città nel nord della Siria con una popolazione di 54.681 abitanti nel censimento del 2013), letteralmente distrutta nel conflitto fra i curdi e il sedicente Stato Islamico. Una città collocata quasi nell’occidente, una città che “poteva essere osservata dal confine, da dove si potevano vedere i civili dentro casa con il binocolo”.

Karim Franceschi, attivista e scrittore, invece, è stato l’unico italiano recatosi in Siria per combattere l’Isis. La sua esperienza è stata descritta nel libro “Il combattente. Storia dell’italiano che ha difeso Kobane dall’Isis” (Rizzoli, 2015) e in occasione della decima edizione del Festival del Giornalismo di Perugia i due si sono incontrati per confrontare le loro esperienze e cercare di spiegare la situazione e la ribellione di Kobane, che è “caduta più volte” ma che non ha mai smesso di lottare.

La sala dei Notari era piena per uno degli appuntamenti più attesi della giornata della kermesse giornalistica. Corrado Formigli ha introdotto quel ragazzo fisicamente ben piazzato dal volto malinconico, uno sguardo probabilmente colpito da ricordi indelebili macchiati con il sangue. Stupiva una certa fragilità emotiva e la grande umiltà di chi ha visto il grande nemico in faccia. Il foreign fighter italiano, 26enne, è di madre marocchina e padre partigiano ed è cresciuto tra Marrakech e Senigallia, dove ha frequentato il liceo classico. Dopo anni di militanza politica nei centri sociali ha raggiunto la regione curda nel nord-est del paese per unirsi all’YPG (acronimo di Yekîneyên Parastina Gel, in curdo Unità di Protezione Popolare) e ha combattuto l’ISIS in prima linea “contro il nemico nella casa di fronte”. Il YPG e la sua costola femminile, il YPJ (Yekîneyên Parastina Jin, ovvero Unità di protezione delle donne) sono le milizie che dal 2012 (inizio della guerra civile, 300mila curdi sono rimasti senza abitazione), dopo il ritiro delle truppe di al-Assad dai cantoni del nord-est della Siria, hanno assunto il controllo del territorio. Il trait d’union tra i due è sicuramente Kobane. Città per la quale Karim ha combattuto vedendo morire colleghi e amici. L’incontro si è aperto con un filmato realizzato dallo stesso Karim, “What they fight for?” che per la prima volta viene proiettato pubblicamente. Il video è truculento ed evidenzia il significato della vita in quella terra per la quale sono morti in tanti, troppi. Kobane rappresentava per il sedicente Stato Islamico una continuità territoriale. Una continuità ottenuta barbaramente nell’indifferenza del mondo occidentale.

La testimonianza di questo ragazzo che ha deciso di prendere parte a una guerra che non gli apparteneva, è stata cruda, diretta, a tratti estremamente emozionante. Bastava guardarlo negli occhi per cogliere il potere evocativo che esprimevano per capire, almeno in parte, cosa ha potuto provare nei tre mesi trascorsi al fronte. Karim ha detto che “Tra le cose che più mi hanno colpito c’è la dignità delle donne. Era incredibile come le donne non perdevano modo per curarsi il volto e mantenere la loro femminilità. Il modo in cui affrontavano questa lotta per la libertà era straordinario”. Karim durante il suo intervento ha insistito per ricordare che i curdi non sono mai scappati e ha ricordato come giovani panettieri e giovani donne hanno combattuto prendendo in mano per la prima volta armi, ribadendo di essere pronti a lottare per la confederazione democratica, per il femminismo e per l’ecologia sociale. Corrado Formigli, sulla base della sua esperienza, fa confermato le sue parole mentre Karim ha esclamato che “Ero convinto di andare per svolgere lavori di logistica, invece, dopo 4 giorni mi sono trovato a sparare con un kalashnikov”.

Durante la sua esperienza ha potuto costatare che “la vita per i jihadisti non ha davvero alcun valore. Hanno il culto dell’ideologia della morte”, mentre i combattenti curdi hanno sempre ribadito di “combattere per la vita”. Curioso in questo senso l’episodio che ha tenuto ricordare. Un combattente curdo era pronto ad unirsi alla lotta ma fu respinto perché esclamò di essere pronto a morire. Gli fu detto che lì si combatteva per la vita e fu rimandato indietro.

La guerra è stata molto intensa in quelle zone. Il giovane italiano ha ricordato come l’ISIS usasse bambini kamikaze e di come ha visto uomini gettarsi sotto carri armati prima di farsi saltare in aria. Intere famiglie, villaggi e popoli sono stati devastati. Come gli Yazidi, comunità braccata dagli jihadisti dell’Isis da Sinjar, nella città irachena situata a 50 km dalla Siria. Un popolo che professa una religione pre- musulmana (una delle religioni più antiche, vecchia di almeno 4.000 anni), una cosa considerata come un’eresia per i sostenitori dell’ISIS che quindi devono punire con la macellazione. Il giovane italiano con gli occhi evidentemente commossi per la scomparsa di alcuni amici intimi, racconta come sia stata creata proprio a Kobane la “casa dei martiri”, che organizza spedizioni dei corpi e cerimonie per i defunti.

Durante il dialogo è stato affrontato un tema caldo, Corrado Formigli ha chiesto: “E la complicità turca nei confronti dell’ISIS?”. La risposta di Karim è stata semplice e diretta quanto eloquente. Ha risposto spiegando di aver visto molte casse con armi e munizioni nei camion che passavano la frontiera turca per arrivare a Raqqa (roccaforte dell’ISIS). Casse rigorosamente contrassegnate dal logo e dallo stampo dell’esercito turco.

Al termine del workshop, Corrado Formigli ha chiesto a Karim che cosa intende fare oggi. Lui ha concluso dicendo di voler continuare a parlare nelle scuole, sensibilizzare la gente su questi temi e continuare a fare l’attivista.