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Le Filippine hanno scelto con il 39 per cento delle preferenze in Rodrigo Duterte, detto Digong, il nuovo presidente della Repubblica, che succede così al moderato Benigno Aquino. Nella corsa ha battuto l’ex ministro dell’Interno Manuel “Mar” Roxas, la senatrice Grace Poe, l’attuale vicepresidente Jejomar Binay e la senatrice Miriam Defensor Santiago.
Per 22 anni sindaco della popolosa città meridionale di Davao, Duterte si è caratterizzato per le parole grosse e i metodi spicci, arrivando a combattere i trafficanti di droga e la criminalità con vigilantes che hanno ucciso negli anni oltre mille sospetti.
Dichiaratamente “sciupafemmine”, è dai media indicato come il “Trump” filippino, ma ad aspettarlo c’è una nazione di 93 milioni di abitanti con un reddito medio di 2.612 dollari, per quanto il Pil superi i 250 miliardi.
In campagna elettorale ha promesso di estendere i suoi sistemi rigidi di amministrazione, compresi gli omicidi extragiudiziali, a tutto il paese, nonché di introdurre riforme in senso restrittivo, per cui vi sono analisti che già vedono un difficile rapporto con le opposizioni se non un futuro golpe.
