di Giuseppe Gagliano –
Nel Mar Cinese Meridionale prende forma un confronto sempre più strutturato tra Stati Uniti e Cina, con le Filippine al centro di una rete di alleanze che punta a ridefinire gli equilibri dell’Asia-Pacifico. Le esercitazioni congiunte del 2026 tra Washington, Canberra e Manila vanno oltre il semplice addestramento militare: rappresentano una dimostrazione concreta di interoperabilità e un segnale politico di contenimento nei confronti della proiezione marittima cinese.
Manila emerge come attore chiave, trasformando la propria vulnerabilità geografica in leva strategica. Non più posizione periferica, ma nodo centrale di una coalizione che include anche Giappone e Francia e che si prepara alle manovre Balikatan con una partecipazione internazionale rafforzata. Il rafforzamento degli accordi di accesso reciproco e della cooperazione militare segna il passaggio da una postura difensiva a una strategia multilaterale di deterrenza.
Questa evoluzione risponde all’espansione costante della Cina nell’area, dove Pechino continua a rivendicare ampie porzioni di mare nonostante le contestazioni regionali e la sentenza arbitrale del 2016. In questo contesto, il diritto internazionale appare efficace solo se sostenuto da un equilibrio di forza credibile, spingendo le Filippine a consolidare le proprie capacità e alleanze.
Il punto più caldo resta il Second Thomas Shoal, simbolo della tensione tra i due Paesi. Qui si concentrano episodi che mostrano un confronto sempre più vicino alla soglia critica, tra incidenti militari e accuse di sabotaggio ambientale. La dimensione della crisi si estende così oltre il piano militare, coinvolgendo anche aspetti ecologici e logistici in una dinamica riconducibile alla cosiddetta guerra grigia.
Nonostante tentativi di dialogo e aperture limitate alla cooperazione energetica e alla gestione delle emergenze, la sfiducia resta profonda. I canali diplomatici servono a evitare escalation incontrollate, ma non incidono sulle divergenze strategiche, lasciando spazio a una coesistenza instabile tra negoziato e pressione militare.
La posta in gioco va oltre le dispute territoriali. Nel Mar Cinese Meridionale transita ogni anno un volume commerciale superiore ai 3 trilioni di dollari, rendendo l’area cruciale per le catene di approvvigionamento globali. Per la Cina, consolidare la presenza significa proteggere rotte vitali; per Stati Uniti e alleati, impedirlo equivale a contenere l’emergere di un’egemonia regionale.
In questo scenario, le Filippine assumono un ruolo strategico centrale come piattaforma avanzata del contenimento americano. La crisi appare destinata a protrarsi: le esercitazioni si intensificano, le alleanze si rafforzano e il confronto si stabilizza in una competizione di lungo periodo. Nel Mar Cinese Meridionale si sta delineando una nuova geografia della potenza, in cui ogni mossa contribuisce a definire gli equilibri del XXI secolo.




