di C. Alessandro Mauceri –

Da maggio, mese in cui Rodrigo Duterte è stato eletto presidente delle Filippine ad oggi i morti a causa delle azioni compiute da gruppi di vigilantes sono stati oltre mille. A dare la notizia è stato il capo della polizia, Ronald Dela Rosa. Parlando nel corso di un’audizione al Senato sulle esecuzioni extragiudiziali, ha indicato la cifra di 1.067 morti. Dela Rosa ha riferito in Parlamento che nel paese sono 3,7 milioni i consumatori di droga e che a poco sono servite le misure adottate fino ad ora per risolvere il problema.

Duterte aveva vinto le elezioni presidenziali anche grazie alla promessa di reprimere il crimine e di combattere il racket della droga. The Punisher, come viene chiamato il nuovo presidente, ha più volte esortato i cittadini ad usare la violenza contro gli spacciatori che resistono all’arresto. Se uno spacciatore resiste all’arresto o si rifiuta di essere portato alla stazione di polizia e minaccia un cittadino con una pistola o un coltello, “lo si può uccidere”, aveva detto Duterte. “Sparagli e ti darò una medaglia” era stato uno degli slogan. Da quando è in carica il nuovo presidente però le cose sono cambiate: dal 1 luglio al 21 agosto la polizia ha arrestato 10.153 “spacciatori e utenti”, nell’ambito di una politica mirante a colpire sia i criminali di alto livello e che consumatori di droga per le strade.

Diverse fonti hanno riportato che responsabili di molte delle uccisioni di presunti criminali sono degli “squadroni della morte” in motocicletta. Sul totale di oltre mille morti in queste “operazioni di polizia” ben 400 sarebbero stati uccisi da vigilantes, come ha riferito la principale emittente televisiva del Paese, ABS-CBN.

Un numero di morti decisamente elevato, per questo siano state avviate indagini indipendenti sia dal Senato filippino che dalla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite. Durante un’udienza dei giorni scorsi, il senatore Risa Hontiveros, oppositore di Duterte, ha dichiarato che “La guerra alla droga non deve essere ridotta a omicidi. Non possiamo giocare a fare gli dei e decidere chi deve vivere e chi no. È necessario passare dalla guerra alla droga alla giustizia vera, dalle scorciatoie alle riforme, dalla punizione al trattamento”.

Analogo il giudizio della Commissione per i diritti umani. A giugno Ban Ki Moon aveva condannato il comportamento del presidente Duterte che aveva giustificato le esecuzioni extragiudiziali, affermando che sono “illegali” e che si tratta di “una violazione dei diritti e delle libertà fondamentali”. Affermazione alla quale Duterte ha risposto, durante le celebrazioni per il 115esimo anniversario delle forze di polizia, chiedendo “Perché l’ ONU deve interferire con gli affari di questo paese? Sono solo 1.000 (i morti, ndr.)”. Ha anche invitato i “cani da guardia dei diritti umani stranieri” a non “indagare su di noi come se fossimo dei criminali”.