di Giuseppe Gagliano

C’è un tratto di mare che dice molto più di quanto sembri. Lo Stretto di Luzon, appena 250 chilometri tra Taiwan e le Filippine, è una di quelle faglie geopolitiche dove la geografia smette di essere neutra e diventa destino. È qui che Washington e Manila stanno stringendo ulteriormente i ranghi, con l’ipotesi di una nuova base operativa avanzata nelle isole Batanes, arcipelago periferico solo sulla carta e centrale nei calcoli strategici del Pacifico occidentale.

Non è un dettaglio tecnico. Chi controlla Luzon controlla uno dei passaggi obbligati tra il Mar Cinese Meridionale e il Pacifico. Merci, energia, flotte militari: tutto passa di lì. Ed è proprio questa funzione di “collo di bottiglia” a rendere lo Stretto una leva di pressione potenziale contro Pechino, nel caso in cui la crisi su Taiwan dovesse trasformarsi in conflitto aperto.

Dopo anni di ambiguità, Manila ha scelto. L’ispezione congiunta USA-Filippine della nuova base di Mahatao e il rafforzamento dell’isola di Mavulis segnalano che l’arcipelago delle Batanes non è più solo un confine remoto, ma una prima linea. Le Filippine tornano a essere un tassello essenziale del dispositivo statunitense nell’Indo-Pacifico, accettando i rischi che questo comporta.

Il messaggio è chiaro: impedire che la Marina cinese possa muoversi liberamente verso il Pacifico occidentale, o quantomeno renderne il costo operativo più alto. Non a caso, Pechino reagisce con toni sempre più duri, parlando apertamente di “autodistruzione” filippina nel caso di dispiegamento stabile di sistemi missilistici statunitensi.

Il dispiegamento del sistema Typhon nel nord di Luzon, capace di lanciare missili da crociera e antiaerei a lungo raggio, ha segnato una svolta. Non è solo una questione di armi, ma di architettura strategica. A Batanes si profila un nodo avanzato di sorveglianza, interdizione e supporto alle operazioni congiunte, in grado di incidere direttamente sui piani di emergenza cinesi attorno a Taiwan.

Le infrastrutture in costruzione, cioè eliporti, moli, possibili depositi missilistici, suggeriscono una presenza destinata a durare. In questo quadro, l’eventuale schieramento dei missili BrahMos rafforzerebbe ulteriormente la capacità filippina di negare l’accesso marittimo, trasformando le isole in una barriera attiva.

Lo Stretto di Luzon non è solo una questione militare. È una delle arterie del commercio globale. Qualsiasi instabilità prolungata avrebbe effetti immediati sulle catene di approvvigionamento asiatiche e mondiali, dal petrolio ai beni di consumo. Per gli Stati Uniti, garantire la libertà di navigazione significa difendere l’ordine commerciale su cui si regge gran parte dell’economia globale. Per la Cina, al contrario, vedere messo in discussione l’accesso sicuro a queste rotte equivale a una vulnerabilità strategica diretta.

In prospettiva, la militarizzazione dello Stretto spinge Pechino a rafforzare ulteriormente la propria presenza nel Mar Cinese Meridionale, irrigidendo le rivendicazioni territoriali e alimentando un circolo vizioso di tensione.

La scelta filippina di legarsi più strettamente a Washington riduce gli spazi di ambiguità. Come ha ammesso lo stesso presidente Marcos Jr., in caso di crisi su Taiwan, il coinvolgimento di Manila sarebbe difficilmente evitabile. È il prezzo della geografia.

Lo Stretto di Luzon diventa così una soglia critica: da un lato strumento di deterrenza, dall’altro possibile detonatore di un confronto diretto tra grandi potenze. Non è solo una questione di basi o missili, ma di equilibrio regionale. E, come spesso accade, quando la linea si tende troppo, basta poco perché smetta di essere una linea e diventi un fronte.