di Enrico Oliari –
Sussistono dubbi su chi vi sia dietro all’attacco di hacker alla Sony Pictures Entertainment dello scorso 24 novembre, quando i sistemi informatici dell’azienda sono stati bersagliati portando alla diffusione in rete di alcuni film, cosa che ha provocato un danno non indifferente; oltre a questo gli impiegati si sono ritrovati sui computer la scritta “Hacked by #GOP” e la minaccia di diffusione di dati sensibili.
A determinare la piccola guerra cibernetica sarebbe stata (il condizionale è d’obbligo) la Corea del Nord, infuriata per l’uscita a Natale del film “The Interview”, in cui due giornalisti statunitensi vengono inviati nel paese orientale dalla Cia per uccidere il leader nordcoreano Kim Jong-un.
Il regime di Pyongyang, per cui il leader è sacro e intoccabile come un dio, aveva quasi annunciato un proprio intervento bollando l’uscita del film come di “terrorismo e azione di guerra” e promettendo “contromisure spietate”.
Da lì è iniziata, più che una querelle diplomatica, una “commedia” nella commedia, con colpi di scena che hanno portato oggi l’imposizione di nuove sanzioni degli Usa nei confronti del paese orientale.
Il presidente Barak Obama, impegnato a contrastare il crollo verticale dei Democratici dopo che le elezioni di midd term hanno consegnato il Senato ai Repubblicani, ha indossato l’elmetto del combattente e, forte di un rapporto dell’Fbi sulla responsabilità indubbia dell’offesa, ha ordinato un attacco cibernetico nei confronti della Corea del Nord, la quale il 23 dicembre si è trovata senza la possibilità di comunicare via internet con l’esterno per nove ore.
D’altronde “Non ci può essere un dittatore che impone la censura negli Stati Uniti che ci impone di autocensurarci” – ha affermato Obama – , “Risponderemo in modo proporzionale, nei tempi e modi che stabiliremo”; il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha reso noto che l’attacco degli hacker nordcoreani è stato trattato dagli Stati Uniti come “una questione di sicurezza nazionale”.
Dalla Corea del Nord ha risposto il ministro degli Esteri, Ri Su-yong, il quale ha detto con un filo di ironia che “Poiché gli Usa diffondono accuse senza fondamento e ci diffamano proponiamo loro di svolgere un’inchiesta congiunta”. “Senza arrivare a ricorrere perfino alla tortura come ha fatto la Cia, abbiamo i mezzi per dimostrare che non abbiamo niente a che fare con questo incidente”, ha aggiunto.
Se l’Fbi si è detta da subito certa sulla paternità nordcoreana dell’attacco in quanto il malware usato dagli di hacker era simile al codice usato dalla Corea del Nord per altri attacchi, di diversa opinione sono stati gli esperti di mezzo mondo, come il direttore della Norse, Sam Glines, il quale ha affermato che “Per noi è chiaro: sulla base di prove forensi e di altra natura che abbiamo raccolto, che loro (i nordcoreani, ndr.) non sono inequivocabilmente responsabili di aver orchestrato o avviato l’attacco”; anche per Scott Borg, ricercatore di IT Security, Pyongyang non possiede la capacità necessaria per portare quel tipo di attacchi, in quanto “Va oltre il livello di competenza che siamo stati in grado di appurare”. Sia la Norse che altre società del settore come l’israeliana Taia Global sono giunte alla conclusione che l’attacco è stato mosso da più gruppi di hacker, e che la lingua madre con cui erano in contatto era il russo e non il nordcoreano.
Tuttavia il capo non può sbagliare, non può tornare sui suoi passi. Specie dopo le accuse mosse alla Corea del Nord e dopo il black out informatico di nove ore: da qui le ulteriori sanzioni di oggi, per cui Earnest ha comunicato che “Oggi il presidente ha approvato un ordine esecutivo autorizzando nuove sanzioni nei confronti della Repubblica democratica popolare di Corea. Questo ordine esecutivo è in risposta alle azioni e politiche messe in atto dal governo della Corea del Nord che sono provocative, destabilizzanti e repressive. In particolare il distruttivo e coercitivo cyber-attacco a Sony Pictures Entertainment”.
Da quanto si è appreso le misure, che vanno ad assommarsi a quelle già in vigore per gli esperimenti nucleari, prevedono restrizioni rivolte a individui e a entità associate al governo nordcoreano: “Prendiamo sul serio l’attacco della Corea del Nord, atto a creare effetti finanziari distruttivi su una società americana e a minacciare artisti e altri individui con l’obiettivo di restringere la loro libertà di espressione”, ha continuato la nota della Casa Bianca.
Il tutto nonostante il vicepresidente della Norse, Kurt Stammberger, abbia reso noto che dei sei hacker individuati due risiedono negli Usa ed uno in Canada, e che “Almeno uno di loro è un ex impiegato della Sony Pictures Entertainment che ha lavorato in una posizione tecnica e con una conoscenza specifica della rete della società”, licenziato a maggio per via di una ristrutturazione dell’azienda in cui lavorava da dieci anni.
Ma il capo non può sbagliare, non può tornare sui suoi passi. Specie se riconoscere di aver sbagliato si traducesse con una mazzata finale ai democratici.
Intano il film è uscito a Natale nelle sale Usa, con un po’ di sorpresa in quanto la Sony Pictures Entertainment aveva in un primo momento ritirato il film dalla distribuzione: di certo i responsabili dell’azienda non si sono voluti lasciare sfuggire l’opportunità rappresentata dall’importante (e gratuita) pubblicità fatta, ed i dati parlano di sale piene e di successo oltre le aspettative, nonostante la critica si sia mostrata assai meno patriottica e un po’ più realista.
Del cast fanno parte Seth Rogen, James Franco, Randall Park (nei panni del dittatore), Lizzy Caplan e Timoty Simons. E’ diretto da Evan Goldberg.

