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Dopo lo storico riconoscimento della Svezia e, in questi casi non vincolante, delle Camere basse di Spagna e Gran Bretagna, anche l’Assemblea Nazionale francese ha approvato con 339 voti a favore e 151 contrari la richiesta al governo Hollande di considerare ufficialmente la Palestina come nazione.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva già avvertito la Francia che sarebbe stato “un grave errore” seguire l’esempio di Spagna e Gran Bretagna, ed anche oggi l’ambasciata israeliana a Parigi ha commentato in una nota che tale decisione “Ridurrà le possibilità di raggiungere un accordo tra Israele e i palestinesi. Decisioni simili irrigidiscono la posizione palestinese e mandano il messaggio sbagliato alle persone e ai leader della regione”, mentre servono “negoziati onesti e diretti tra le parti e non con misure unilaterali presa da una delle parti o da terzi”.
In realtà Tel Aviv sta scontando la politica intransigente dei falchi del governo Netanyahu, in particolare del ministro dell’Edilizia Uri Ariel, il quale non ha mai cessato di annunciare la costruzione di nuovi alloggi nei Territori palestinesi, come pure di chi, come il ministro degli Esteri Lieberman, non sono propensi alla nascita dello stato palestinese e vorrebbero una nazione ebraica con a capo Gerusalemme. Il rifiuto delle “colombe” di sostenere la proposta di legge sul riconoscimento di Israele quale “nazione ebraica” ha portato oggi alla crisi di governo.
La stessa Unione europea non ha fatto mistero di non digerire l’atteggiamento ambiguo di Israele, che un giorno parla di pace ed il giorno dopo annuncia la costruzione di nuovi alloggi nei territori palestinesi, al punto che già pochi mesi fa ha chiuso le relazioni con le organizzazioni e le aziende israeliane che operano nei territori occupati; le prime a rompere i rapporti con la Hapoiliam Bank israeliana sono state le banche danesi, olandesi e la Deutsche Bank.

