G20 e Cop26: temi a confronto nella società liquida

I commenti degli analisti sulle scelte di Roma e Glasgow. Dalle visioni entusiaste a quelle più critiche, passando per i temi del ritorno al multilateralismo, dello “scetticismo propositivo” a quelli dello scontro geopolitico/geoeconomico e della “giustizia climatica”. Ma gli scienziati e le proteste dei giovani richiamano i leader alle loro responsabilità.

di Maurizio Delli Santi * –

Una connotazione della nostra società “liquida” (secondo la nota definizione di Bauman, ormai ampiamente accettata in sociologia, e non solo) è anche il tratto “divisivo” che si riscontra nella gran parte dei grandi temi di quest’epoca, cui ovviamente non potevano sottrarsi le interpretazioni sulle “politiche globali” appena dibattute al G20 di Roma e ora all’esame della Cop26, la conferenza sul clima di Glasgow. Analisti di varia formazione, siano essi giuristi, esperti delle relazioni internazionali, economisti o climatologi, si sono cimentati con vari giudizi sugli esiti e sulle iniziative in corso nei due consessi, ed è interessante coglierne in alcuni casi la condivisione, in altri la radicalità o anche il solo carattere sfumato della diversità delle posizioni. Di conseguenza, può essere utile scorrere in questi giorni sia le pagine del web sia i principali quotidiani nazionali, di diversa impostazione e orientamento, sotto due profili. Da un lato, potrebbe rappresentare un divertissement che, elaborando il pensiero di Pascal, potrebbe indurre ad aggirare il problema della complessità aderendo alla facile critica del bla bla bla di Greta Thunberg. Dall’altro, potrebbe anche rilevarsi un bell’esercizio di “pensiero critico”, o se si vuole di “pensiero liberale” nel senso di Hannah Arendt, che aiuta a cogliere il senso della diversità e soprattutto le motivazioni delle varie posizioni, molte delle quali, a ben vedere, potrebbero assurgere a pari dignità e condivisione.
Iniziamo allora questo tentativo di confronto delle idee, prendendo ad esempio due posizioni radicalmente opposte. Sullo storico quotidiano di via Solferino, Sabino Cassese riprende le frasi del premier Draghi “è stato un successo, abbiamo mantenuto in vita un sogno” e si interroga: “È un successo sognare?”. La risposta che l’insigne giurista dà ai lettori è affermativa, e indica vari risultati positivi, tra cui: 1) l’affermazione del principio che il potere di tassare, simbolo della sovranità territoriale, sia sempre più legato ad un accordo con gli altri Stati (nda: per assicurare misure omogenee, che evitino manovre di dumping); 2) l’esito ottenuto sulla mininum tax, la tassazione globale al 15 % che dal 2023 dovrebbe impedire alle grandi multinazionali del digitale e della farmaceutica di trovare facili paradisi fiscali; 2) la rimozione dei dazi tra Stati Uniti ed Unione Europea sulle importazioni di acciaio ed alluminio; 3) il “piccolo miracolo organizzativo” di un forum che, nato come un club esclusivo delle grandi economie, ha valorizzato il metodo del multilateralismo coinvolgendo vari attori e la società civile. Il giudizio sulla Cop26 è invece interlocutorio, laddove Cassese evidenzia le tensioni in atto fra gli Stati, la contrapposizione tra interessi mondiali e interessi nazionali, in cui le economie emergenti temono “la perdita di molti posti di lavoro”. In ogni caso il giudizio è positivo e si conclude con invito a guardare con ottimismo il percorso in atto, che vede un lavoro intenso dei “fori di dialogo” e, in fondo, un periodo di “pace sistemica degli ultimi settantacinque anni”.
Sul fronte opposto, sui quotidiani schierati in genere con posizioni critiche rispetto all’attuale sistema delle istituzioni internazionali, specie economico-finanziarie, i giudizi sono decisamente più tranchant. Ad esempio, Nicoletta Dentico, già esponente di Medici Senza Frontiere, titola il suo pezzo “G20, finita la festa. Nessuna svolta, in un mondo disincantato” e denuncia il mainstream di una “narrazione fuorviante di pompose epocali decisioni, travisando la realtà e apparecchiando il cinismo dell’opinione pubblica”. In particolare, sulla minimum tax ottenuta al 15% sostiene che è “appena superiore alle aliquote medie del 12% nei paradisi fiscali”, e che la scelta finirebbe per trasformare molte parti del mondo in un paradiso fiscale: in atto le multinazionali sarebbero già colpite con aliquote maggiori in Africa (27,46%), in America Latina (27,18%), in EU (20,71%), in Oceania (28,43%) e in Asia (21, 43 %), con una media globale del 23,64%. Inoltre, essendo tra i principali firmatari del manifesto per la sospensione dei brevetti dei vaccini Covid, Dentico accusa il G20 di non aver assunto impegni in tal senso, e con riferimento all’agenda climatica denuncia che “senza obblighi vincolanti e senza una rotta temporale (…) il G20 consegna alla Cop26 declamazioni senza credibilità, perché ancora orientate alle vecchie ragioni della economia globalizzata”, mentre è improrogabile “un nuovo modello di sviluppo ecologico”.
Di fronte alla radicalità delle opposte valutazioni, c’è chi sembra aver seguito l’adagio in medio stat virtus o veritas che dir si voglia, come sembra aver fatto un quotidiano, recentemente apparso nel panorama dell’editoria italiana, che, titolando “Realismo” e ponendosi l’interrogativo “successo o fallimento?”, ha risposto senza enfasi: “si è ottenuto ciò che si poteva in questo passaggio storico”, concludendo comunque con una visione ottimista: “Un G20 realista e senza “re”, buon viatico per il futuro”.
A questo punto vale però precisare che il contesto generale delle analisi è talmente variegato e complesso che indicarne solo alcune sarebbe una semplificazione soggettiva e certamente arbitraria. Purtuttavia, un passo necessario per avvicinarsi il più possibile ai temi centrali della questione climatica comporta evidenziare almeno altri tre profili di approccio seguiti dagli analisti.
Il primo profilo riguarda l’approccio degli analisti che riconduce le criticità del dibattito sviluppato a Roma e Glasgow allo scontro geopolitico e geoeconomico in atto tra Stati Uniti e Cina, e più in generale tra Oriente e Occidente, ovvero tra economie consolidate neoliberiste ed economie emergenti più inclini ad un capitalismo controllato, emblematicamente rappresentate da un lato dal blocco occidentale di Stati Uniti ed Europa, e dall’altro da quello orientale di Russia, Cina ed India. È questo lo scenario che propone ad esempio Federico Rampini nel rimarcare il tema dell’assenza di Russia e Cina ai due consessi, e sottolinea il possibile inasprirsi dello scontro anche per la scelta degli Stati Uniti di sospendere i dazi sull’acciaio e l’alluminio europeo, introducendo così un “principio di tassazione ambientalista contro l’acciaio sporco, quello prodotto in Cina con altiforni a carbone”. Da qui i segnali di una Cina che “si ripiega su sé stessa” o vuole definire le regole dell’economia globale alle sue condizioni, non rinunciando ancora alle sue centrali a carbone ma anche investendo fortemente sulle economie sostenibili: pure spostando gli obiettivi climatici più in avanti, nel 2060 per le zero emissioni, Pechino comunque fa passi avanti in altri ambiti della transizione verde, avendo raggiunto la supremazia mondiale nei pannelli solari, nell’eolico, nelle batterie, nelle auto elettriche e nel controllo delle terre rare.
In questo filone si inserisce la visione più economicistica del premio Nobel Joseph Stiglitz, di cui diversi organi di informazione riportano le sue proposte su un modello di “rivoluzione verde” in cui occorrerà recidere le influenze neoliberiste e delle lobby industriali, ma anche le scelte delle istituzioni economiche internazionali, come la Banca mondiale che non ha la lungimiranza di aiutare in paesi in difficoltà, come è accaduto per Grecia e Argentina, e ad oggi deve ancora “ più focalizzare i suoi interventi sulla sostenibilità ambientale”.
Il secondo profilo si riferisce ad una sorta di “scetticismo propositivo”, con cui, ad esempio, Federico Fubini denuncia l’inadeguatezza degli impegni che già in partenza si stanno assumendo a Glasgow: per l’ Onu occorre entro il 2030 “un taglio delle emissioni di gas-serra del 45% (dai livelli del 2010) solo per contenere il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius sopra alle temperature dell’era pre-industriale”, ma “gli Stati della Cop26 non vanno in quella direzione”, prevedendo “(tutti salvo la Cina) un calo delle emissioni del 10%, meno di un quarto del necessario”. E Fubini sposa la tesi di molti scienziati secondo cui sarebbe meglio puntare su un corposo programma di investimenti per realizzare in forte anticipo la sola speranza che si ha concretamente per abbattere le emissioni: la nuova tecnologia sulle “rinnovabili” come la cattura, l’utilizzazione e il sequestro del carbonio, l’idrogeno e le piccole centrali nucleari “modulari” (queste ultime, per intendersi, sono quelle che già alimentano sottomarini e portaerei).
Nello stesso contesto, della visione scettica ma propositiva, si può collocare anche l’impostazione di Angelo Panebianco che invita a guardare all’azione dei governi con realismo perché pur impegnandosi, “fra mille vincoli, faranno quello che possono”. Invece per Panebianco occorre puntare molto sugli atteggiamenti individuali, perché tanti comportamenti aggregati possono portare ad importanti cambiamenti, come sta avvenendo ad esempio per la diffusione a ritmo esponenziale delle auto elettriche. E un cambiamento positivo in ogni caso è certamente anche la crescente attenzione che l’opinione pubblica sta dando al tema ambientale, come dimostra l’eco che ha suscitato lo svolgimento dei vertici di Roma e Glasgow.
Il terzo profilo concerne invece un approccio più generale, riconducibile ad un neo-terzomondismo che ancora esercita un forte appeal ideologico e che viene declinato nei concetti di “giustizia climatica” o di “equità climatica”. In questo caso sono diversi gli analisti, anche di diversa impostazione, che evidenziano come per la Cina e l’India, in particolare, in fondo sia già tanto l’avere accettato il limite di 1,5° e di azzerare le emissioni, anche se entro il 2060, per Pechino, e il 2070, per Nuova Delhi. A loro avviso risponderebbe dunque ad un principio di giustizia attuare una diversa tempistica per la transizione verde, perché per questi paesi occorre tenere conto di due elementi incontrovertibili: il rapporto sulle emissioni pro capite, che è nettamente inferiore per i due paesi più popolosi del mondo, e la circostanza di essere approdati all’epoca dell’industrializzazione post-moderna solo in tempi recenti rispetto a Stati Uniti ed Europa. Come risponde ancora ad un principio di giustizia, secondo queste analisi, insistere sulla linea, in parte già intrapresa dal G20, di incentivare alla transizione green da un lato le economie emergenti, come quelle cinese, ad esempio alleggerendo anche il sistema dei dazi sulle importazioni “verdi”, e, dall’altro, i paesi meno ricchi favorendoli con aiuti economici alla riconversione ambientale, e quelli più poveri con investimenti e soluzioni definitive per la ristrutturazione del debito.
Conclusioni? Al quinto giorno della Cop26 i titoli dei giornali indugiano sulla protesta a Glasgow di 10mila ragazzi e sulla denuncia di Greta Thunberg: “È chiaro a tutti che la Cop è un fallimento”.
E allora si può concludere solo con un’osservazione e un invito, scontati: il confronto delle idee può portare a ritardi sulle decisioni da intraprendere, specie se, come si è visto, i temi sono complessi e divisivi. Tuttavia gli argomenti delle giovani generazioni e degli scienziati, e soprattutto le ultime catastrofi climatiche, chiamano comunque i leader politici alla loro responsabilità: riprovare nella ricerca di intese, e decidere, senza aspettare altro tempo.

* Membro International Law Association, Associazione Italiana di Sociologia.