di Enrico Oliari –
Al forum del G20 di San Pietroburgo il gelo negli sguardi delle prime ore si è concretizzato con il nulla di fatto sulla questione siriana: le posizioni di Stati Uniti e Francia, favorevoli ad un intervento militare in Siria si sono scontrate con l’irremovibilità degli altri paesi, ovvero di chi sarebbe disposto ad un attacco ma solo dopo l’improbabile placet delle Nazioni Unite e di chi, come la Russia e la Cina (che al Coniglio di Sicurezza hanno anche diritto di veto) proprio non vuole sentir parlare di colpire il regime di Bashar al-Assad.
Addirittura non si è trovato neppure l’accordo su chi abbia fatto ricorso alle armi chimiche nel teatro di guerra siriano, anche perché l’uso di tali micidiali strumenti risalirebbe addirittura al febbraio scorso.
Fino ad ora il G20 è servito quindi a Putin per isolare ulteriormente Obama ed Hollande ed anche l’incontro fra il presidente russo ed il premier britannico David Cameron, durato 35 minuti, ha fatto emergere le divergenze sostanziali nelle posizioni delle parti su un eventuale intervento in Siria.
Alla cena di lavoro data al Peterhof, la sontuosa settecentesca residenza di Pietro il Grande, il vero vincitore è stato quindi il nuovo zar, Putin, il quale è riuscito a tenere ben saldi dalla sua oltre alla Cina, che in Siria ha interessi economici per contratti aperti e progetti per far approdare le proprie merci destinate alla ricca Europa, anche l’Unione europea e i Brics. E non gli è costato molto sforzo, dal momento che è evidente a tutti, tranne che a Francia ed Usa, che un attacco alla Siria potrebbe comportare un’escalation dalle conseguenze imprevedibili, di certo l’espansione del conflitto al di fuori dei confini siriani, in tutto il Medio Oriente.
Vi è poi la questione dell’impatto economico fatta notare sia dal premier italiano Enrico Letta, per il quale “non siamo preoccupati solo delle conseguenze politiche ma anche di quelle economiche e dell’instabilità che può portare sui mercati”, sia dal viceministro delle finanze cinese Zhu Guangyao il quale, a margine del summit, ha fatto notare che “un’azione militare avrebbe un impatto negativo sull’economia globale, in particolare sul prezzo del petrolio, causandone un aumento”.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha ribadito che il Consiglio di Sicurezza non può essere scavalcato ed ha ricordato che “ogni giorno che perdiamo è un giorno in cui tanti civili muoiono”, tuttavia “Non c’è soluzione militare”. Da Roma è arrivata invece una nuova lettera del pontefice, indirizzata al presidente russo ed a ciascuno dei leader del G20 con la quale viene implorato “di fermare il massacro” e di agire per “evitare nuove sofferenze” al popolo siriano. L’azione del papa non è dettata dal buonismo, bensì da un’attenta diplomazia volta ad evitare l’allargamento della crisi: da diverso tempo infatti la Santa Sede si sta muovendo sia perché si ponga fine al conflitto civile siriano (è stata smentita la notizia diffusa dal quotidiano argentino El Clarin secondo il quale papa Francesco avrebbe chiamato Bashar al-Assad per chiedergli di fermare o quanto meno di attenuare la repressione), sia perché non si scateni l’attacco statunitense sulla Siria, poiché anche in Vaticano si è convinti che ciò darebbe il via ad una catastrofe di proporzioni colossali.
L’Osservatore Romano ha riportato che anche il cardinale Timothy Dolan, presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, ha scritto una lettera alla Casa Bianca chiedendo di non intervenire militarmente contro il regime di al-Assad.

