di Valentino De Bernardis –
Lunedì 29 febbraio il presidente della repubblica uscente Ali Bongo Ondimba ha sciolto le riserve ufficializzando la volontà di correre alle elezioni presidenziali del prossimo agosto alla ricerca di un secondo mandato consecutivo. L’annuncio è avvenuto durante una visita ufficiale di due giorni Port-Gentil, capoluogo della regione Ogooué-Maritime (ma cosa più importante capitale economica del paese), mentre visitava l’avanzamento dei lavori della rete stradale Port-Gentil-Ogooué, nei pressi del ponte di Ozouri. La scelta della località non è stata casuale come ha tenuto a precisare lo stesso presidente Bongo, a simboleggiare lo sforzo al cambiamento intrapreso dal paese dall’inizio della sua presidenza.
L’annuncio ha dato solamente i crismi dell’ufficialità ad una decisione di cui nessuno poteva dubitare (dimostrato altresì dall’immediata ratifica dell’ufficio politico del Partito Democratico Gabonese), ma che anzi era stata ampiamente anticipata dalle reiterate indicazioni della coalizione di governo a voler portare a compimento il percorso di riforme strutturali iniziato durante il primo settennato di Ali Bongo, noto come Plan Strategique Gabon Emergent (PSGE). Un programma ambizioso che attraverso lo sviluppo di tre direttrici principali, quali il Gabon Industriale, il Gabon Verde e il Gabon Servizi si proponeva di migliorare i fondamentali macroeconomici nazionali attraverso una maggiore diversificazione, il rilancio del comparto industriale all’interno di una gestione sostenibile dell’ambiente e una migliore redistribuzione delle ricchezze. Il tutto con obiettivo di lungo periodo di trasformare il paese in una economia emergente entro il 2025.
Dietro alle sopracitate motivazione di carattere propagandistico, l’opposizione però rintraccia altre motivazioni nascoste e forse più realistica nella volontà di Ali Bongo a presentarsi nuovamente alle elezioni, come il desiderio di perpetuare lo stretto connubio che da oltre cinquant’anni lega i destini della famiglia Bongo con quelli delle più alte cariche istituzionali nazionali (l’attuale presidente è figlio dell’ex presidente El Hadj Omar Bongo Ondimba in carica dal 1967 al 2009).
A rendere più arduo l’intenzione di Ali Bongo di succedere a se stesso, ci proverà il candidato dell’opposizione Jean Ping, già ministro degli Esteri (1999-2008) e presidente della commissione dell’Unione Africana (2008-2012) da circa un anno impegnato a viaggiare per il paese a tessere una fitta rete di rapporti politici e personali necessari per dare credibilità e sostanza al suo progetto politico. Un percorso iniziato da molto lontano che al momento sembra aver convogliato su Ping molte delle diverse anime di cui si compone l’’opposizione ufficiale, come il Parti gabonais du progrès (PGP), il Front de l’opposition pour l’alternance (Fopa), l’Union pour la nouvelle république (UPNR) e il Congrès pour la démocratie et la justice (CDJ).
In linea con quanto accadde nel 2009, si prefigura una campagna elettorale molto aspra tra i due principali candidati, pronti a darsi battaglia su riforme costituzionali e rilancio dell’economia.
Da un punto di vista costituzionale il terreno di scontro è certamente rappresentato dal programma di Ping di cancellare le riforme costituzionali fatte approvare nel 2003 dall’ex presidente Omar Bongo che andrebbero a minare l’alternanza al potere tra maggioranza e opposizione, con particolare riferimento alla legislazione relativa all’elezione della presidente della repubblica. Ping ha difatti dichiarato di voler tornare alla costituzione del 1991, riducendo il mandato presidenziale da sette a cinque anni, e introducendo il doppio turno. Proprio la questione del turno unico approvata nel 2003 rappresenta la questione più spinosa, rappresenta una costante di molte democrazie africane usata dai presidenti uscenti per assicurarsi una facile vittoria elettorale sotto le insegne di una trasparente tornata elettorale.
Per quanto riguarda l’aspetto economico, il Gabon attraversa un congiuntura negativa dovuta dalla dipendenza del paese dagli idrocarburi (80% delle esportazioni, il 45% del Pil e il 60% delle entrate fiscali). Una situazione grave che sta rischiando di penalizzare moltissime aziende del comparto estrattivo, come testimoniato ad esempio dal calo del fatturato della sussidiaria gabonese della Total di circa 45% del fatturato nel 2015. Un indebolimento che a cascata si ripercuote sulle casse dello Stato, con un debito pubblico passato dal 28,9% del Pil nel 2014, al 38,6% del 2015, e previsto dal Fondo Monetario Internazionale ancora in crescita nel 2016 (41,6%).
A rendere più difficile il contesto economico gabonese, il sistema di privilegi all’interno del quale è ingabbiato il paese, che rappresenta una zavorra all’attuazione delle riforme per supportare una più equa retribuzione delle ricchezze derivanti dalla commercializzazione delle materie prime, e quindi gettare le basi per la nascita di una classe imprenditoriale dal basso.
Sebbene nessuno dei due candidati sembra essere alieno ad un tale sistema di privilegi, entrambi provano a presentarsi come attori esterni allo stesso. All’interno di questo quadro Jean Ping parte da una posizione di vantaggio, essendo lui lo sfidante e potendo più facilmente proporsi come elemento di rottura con lo status quo. Quanto poi il vantaggio relativo possa tradursi in un vantaggio anche di voti, è tutto un altro discorso.
@debernardisv
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