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Oltre ai missili piovono anche le polemiche, non tanto per l’iraniano ayatollah Ali Khamanei, che ha definito Israele un “cane rabbioso” che sta compiendo “un genocidio”, ovvero “un lupo selvatico che attacca persone innocenti (per cui) ci sono bambini innocenti che hanno perso la loro vita”, cosa che rende “necessario armare i palestinesi”, bensì per la proposta per un piano di pace presentata dal Segretario di Stato Usa John Kerry, bollato da Gerusalemme come troppo vicino alle richieste di Hamas.
La cosa sta mettendo in crisi i rapporti fra Tel Aviv e Washington, anche perché Kerry non ha risparmiato critiche alla pesante risposta di Israele nei confronti dei palestinesi.
Tuttavia al Segretario Usa non è andato giù il fatto che è stata la parte israeliana a far naufragare le trattative da lui caparbiamente volute, quando a causa della destra radicale israeliana, stampella essenziale del governo Netanyahu, è stata sospesa la liberazione dei prigionieri, è stata riavviata la costruzione di alloggi nei Territori occupati e non è stata fatta una prima stesura dei confini di quello che dovrebbe essere il futuro Stato palestinese.
Ad esprimere rammarico è stato anche il ministro della Giustizia israeliano, Tzipi Livni, la quale ha ricordato di aver detto a Kerry che la bozza era “completamente inaccettabile” e che “avrebbe rafforzato gli estremisti nella regione”, ma è un dato di fatto che gli Stati Uniti considerino Hamas fonte di stabilità all’interno della Striscia di Gaza, tant’è che “Se Hamas se ne andasse, potremmo dover affrontare qualcosa di molto peggiore”, ha detto il Pentagono domenica con evidente riferimento a quanto sta accadendo in Iraq, Siria e Libia.

