di Giuseppe Gagliano

Le immagini circolate in rete in cui uomini del movimento islamista palestinese giustiziano in piazza sette palestinesi hanno scioccato anche una popolazione abituata alla brutalità della guerra. Per la prima volta da mesi, la violenza non arriva da fuori ma esplode dentro Gaza. Non è un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di una faida che da decenni oppone Hamas alle potenti famiglie e ai clan locali. E che potrebbe aprire scenari inediti: non più solo conflitto con Israele, ma resa dei conti interna.

A Gaza, clan e famiglie contano quanto, e a volte più, dei partiti e dei gruppi armati. Tra questi il clan Dukhmush è storicamente uno dei più influenti. Radicato nel quartiere Sabra di Gaza City, con centinaia di uomini armati, il clan si è arricchito nel tempo con il contrabbando attraverso i tunnel di Rafah, costruendo un’economia parallela e rapporti trasversali. Durante gli anni Novanta, il loro capo, Mumtaz Dukhmush, era parte della polizia segreta di al-Fatah, il movimento laico rivale di Hamas. Un dettaglio che gli islamisti non hanno mai dimenticato.

Quando poi Mumtaz giurò fedeltà alle reti jihadiste, fondando l’Esercito dell’Islam, lo scontro divenne ideologico oltre che politico. Nel 2007 i suoi uomini rapirono il giornalista della BBC Alan Johnstone, un affronto diretto ad Hamas che si presentava come unica autorità sulla Striscia. Fu proprio la mediazione di Hamas a consentirne la liberazione. Da allora, la rivalità è rimasta latente ma costante.

L’offensiva israeliana degli ultimi mesi ha sconvolto Gaza, ma ha anche modificato gli equilibri di potere interni. I Dukhmush sono stati accusati da Hamas di collaborare con il nemico e di saccheggiare gli aiuti umanitari. Loro hanno negato tutto con un comunicato pubblico, dichiarando di aver rifiutato qualsiasi accordo con Israele. Ma la macchina militare di Hamas si è mossa con rapidità: l’unità d’élite Erro ha assaltato la roccaforte dei Dukhmush travestita da personale medico, eliminando almeno quaranta persone, donne comprese, confiscando beni e incendiando case. Poi le esecuzioni pubbliche, davanti alla folla.

Per Hamas l’obiettivo era chiaro: eliminare un potenziale rivale e lanciare un messaggio al resto dei clan della Striscia. Dopo vent’anni di dominio incontrastato, non ammette sfide interne. In un contesto di crisi umanitaria, con la popolazione stremata e le reti di potere frammentate, il controllo dei clan è decisivo per il mantenimento dell’ordine. La guerra con Israele, lungi dall’indebolire l’organizzazione islamista, l’ha spinta a stringere ancora di più il pugno sul territorio, togliendo spazio a rivali e concorrenti.

Nonostante la brutalità dell’operazione, i Dukhmush si sono sottomessi, come altre famiglie prima di loro. Ma questo non significa che il malcontento sia svanito. La rete dei clan resta fitta, con legami di sangue e fedeltà che superano quelli ideologici. La paura può congelare il conflitto per un po’, ma non eliminarlo. E in una Gaza devastata, dove l’economia formale è collassata e quella informale è in mano a gruppi armati e famiglie, le faglie interne sono pronte a riaprirsi.

Paradossalmente la guerra israeliana non ha indebolito Hamas, ha indebolito i suoi rivali. Mentre i bombardamenti devastavano Gaza, l’organizzazione consolidava il controllo politico e militare. Ma un potere fondato sulla paura e sul monopolio della forza non è stabile per definizione. Israele potrebbe vedere nella frattura interna un’occasione da sfruttare. Oppure potrebbe essere l’inizio di una nuova stagione di violenza, stavolta tutta palestinese.

Se i clan decideranno di reagire, la Striscia potrebbe trasformarsi in un mosaico di milizie e faide, come già accaduto in Libia o in Siria. Se invece sceglieranno la sottomissione, Hamas uscirà da questa guerra più forte e centralizzato.