di Guido Keller – 

A 17 giorni di offensiva israeliana via terra, a oltre 845 vittime palestinese e a 35 israeliane (32 delle quali militari, gli ultimi uccisi ieri), sembra concretizzarsi una flebile possibilità di una tregua, grazie al frenetico lavoro della diplomazia internazionale.

Il capo ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, ha dichiarato da Doha che “Respingiamo e respingeremo in futuro” la proposta di un cessate-il-fuoco che arrivi prima dei negoziati sulle rivendicazioni di Hamas, fra le quali la revoca dell’embargo a cui la Striscia è sottoposta da parte di Israele (che controlla anche il mare) e dall’Egitto dal giugno 2007: della cosa Israele non ne vuole sapere, ma riuscire a far sedere le parti attorno ad un tavolo per discuterne potrebbe significare aver individuato la chiave di volta della crisi.

Anche il Segretario di Stato Usa John Kerry, al lavoro su ogni ipotesi dal Cairo, è sembrato possibilista affermando che è stato fatto “qualche passo avanti” verso il cessate il fuoco, ma a pesare sull’azione israeliana è la crisi umanitaria in atto: 110mila profughi, innumerevoli case distrutte, numerosi nuclei famigliari che cercano di lasciare la Striscia, sigillata dall’esercito.

Il Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite (Unhcr, presidente il tailandese Sihasak Phuangketkeow) si è riunito in seduta d’emergenza a Ginevra e ha votato l’avvio di un’inchiesta volta ad accertare eventuali violazioni che potrebbero essere state compiute durante l’offensiva israeliana a Gaza. Dei 47 Paesi membri (sono eletti dall’Assemblea generale, con roteazione triennale) 29 hanno votato a favore, gli Usa hanno votato contro e i 17 paesi europei si sono astenuti.

Di “crimini di guerra” ha parlato senza mezzi termini l’Alto Commissario Onu per i Diritti umani, Navi Pillay, la quale ha affermato, riferendosi a Israele, che esiste “la forte possibilità che sia stato violato il diritto internazionale umanitario, in un modo che potrebbe configurarsi come crimine di guerra”, e, riferendosi al partito di Gaza, che “una volta di più, i principi di distinzione e precauzione non sono stati chiaramente rispettati durante gli attacchi indiscriminati condotti contro aree civili” israeliane “da Hamas e da altri gruppi palestinesi armati”.

Ha poi concluso sottolineando che “Israele ha degli obblighi in quanto potenza occupante”, e che “sia i palestinesi sia gli israeliani meritano una vita migliore”.

Dura la risposta del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Pillay e all’Unhcr: “La decisione del Consiglio Onu per i Diritti umani è una parodia e dovrebbe essere rigettata da ogni persona decente ovunque”, ha dichiarato. “La fazione islamica – ha aggiunto Netanyahu – ha commesso un doppio crimine di guerra: sparare razzi ai civili israeliani e nascondersi dietro i civili palestinesi”. Per il premier israeliano l’Onu dovrebbe indagare sulla decisione di Hamas di “trasformare ospedali in centro di comandi militari, usare scuole come depositi di armi e mettere batterie di missili vicino a parchi giochi, case private e moschee”.

E’ comunque entrata in vigore una tregua umanitaria di due ore in tre zone cruciali del conflitto: a Sajaya, a est di Gaza City, dove è arrivato un convoglio di sette ambulanze e due autovetture per evacuare i feriti, a Khuzaa, nei pressi di Khan Yunis, nel sud della Striscia, pesantemente bombardata da Israele, e a Beit Hanoun.