Gaza. Il piano Usa si arena: fondi mancanti, sicurezza assente e nessuna regia sul campo

di Giuseppe Gagliano –

La strategia americana per il dopoguerra a Gaza è già in stallo prima ancora di partire. Il cosiddetto Board of Peace, presentato come pilastro della ricostruzione e della stabilizzazione della Striscia, si rivela privo degli elementi essenziali: finanziamenti concreti, garanzie di sicurezza, legittimità politica e perfino accesso operativo al territorio. Quella che doveva essere l’ossatura del nuovo ordine postbellico appare oggi come un progetto fragile, sostenuto da promesse disattese e da equilibri mai consolidati.
I dati confermano il blocco. Dei 17 miliardi di dollari annunciati da dieci Paesi del Golfo è stato versato meno di uno, con contributi limitati a Emirati Arabi Uniti, Marocco e Stati Uniti. Gli altri attori regionali hanno scelto di attendere, segnalando una diffusa riluttanza a finanziare un piano privo di solide garanzie politiche e militari.
Anche sul piano istituzionale emergono criticità profonde. Il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, composto da tecnocrati palestinesi e destinato a sostituire Hamas, non esercita alcun controllo reale. Senza risorse, senza legittimazione interna e senza copertura militare autonoma, resta di fatto bloccato al Cairo, mentre nella Striscia continuano a pesare gli equilibri di forza sul terreno.
Il nodo centrale resta irrisolto. Israele condiziona il ritiro al disarmo di Hamas, mentre Hamas rifiuta di deporre le armi senza garanzie sulla fine delle operazioni militari. In questo stallo, l’ipotesi di una gestione tecnocratica appare scollegata dalla realtà di un conflitto ancora aperto.
La prudenza dei Paesi del Golfo riflette una valutazione strategica. Senza una cornice stabile, la ricostruzione rischia di trasformarsi in una perdita economica dentro un ciclo di distruzione destinato a ripetersi. La stima di circa 70 miliardi di dollari per ricostruire Gaza evidenzia la portata dell’impegno necessario, ma anche l’assenza delle condizioni minime per sostenerlo.
Sul piano militare, il cessate il fuoco ha interrotto le operazioni su larga scala senza però produrre una soluzione politica. Israele mantiene il controllo di ampie porzioni della Striscia, mentre Hamas conserva una presenza significativa. Nessuna delle due parti ha prevalso, ma entrambe dispongono ancora della forza necessaria per bloccare l’altra.
In questo contesto, il piano articolato in più fasi per disarmo e stabilizzazione resta teorico. Ogni passaggio dipende da condizioni che al momento non esistono, generando una paralisi che impedisce qualsiasi avanzamento.
L’obiettivo dell’amministrazione Trump di trasformare Gaza in un modello di nuovo equilibrio regionale si scontra inoltre con un quadro internazionale mutato. Le tensioni con l’Iran e l’instabilità dell’area hanno ridefinito le priorità degli attori coinvolti, riducendo ulteriormente le possibilità di successo.
Senza una chiara definizione di chi esercita il controllo, chi garantisce la sicurezza e chi sostiene realmente i costi della ricostruzione, il progetto resta sospeso. Gaza continua così a muoversi in una zona grigia, dove la prospettiva della pace rimane lontana e la realtà sul terreno continua a essere determinata dai rapporti di forza.