Gaza. Israele continua a bombardare. L’accusa di Hamas, ‘senza gli Usa non sarebbe possibile’

di Giuseppe Gagliano

Hamas alza il livello dello scontro politico: i continui attacchi israeliani su Gaza, sostiene Bassem Naim dell’ufficio politico, “non possono avvenire senza copertura americana”. È un’accusa costruita per parlare a due platee insieme. Alla piazza palestinese, a cui si offre una spiegazione semplice: se si muore sotto le bombe durante una tregua, non è solo colpa di Israele. E alla diplomazia internazionale, a cui si manda un messaggio più sottile: chi sponsorizza l’accordo, se non lo fa rispettare, ne diventa parte del problema.
Il contesto è quello di una tregua sponsorizzata dagli Stati Uniti entrata in vigore il 10 ottobre 2025 e che, pur avendo ridotto l’intensità dell’offensiva, non ha fermato del tutto l’uso della forza. Secondo le autorità locali, l’8 gennaio i bombardamenti in diverse aree della Striscia hanno causato almeno 13 morti, tra cui 5 bambini; il bilancio è stato poi aggiornato a 14 morti e 17 feriti nelle 24 ore. È dentro questi numeri, e dentro la percezione di una tregua “a intermittenza”, che Hamas inserisce la propria narrativa: Israele “rinuncia” al cessate il fuoco, e lo fa perché può.
Israele replica con la formula che ormai accompagna ogni episodio: colpiti “terroristi” e “infrastrutture” in risposta a un lancio di ordigno che sarebbe caduto senza raggiungere l’obiettivo. Le Forze di difesa israeliane rivendicano inoltre l’uccisione di due figure considerate di rilievo: Kamal Abd al Rahman Muhammad Awad, indicato come capo dell’unità missilistica anticarro di Hamas, e Ahmad Thabet, descritto come perno nella produzione di armamenti. La stampa palestinese ufficiale conferma la morte di Awad ma lo definisce un civile. È la solita frattura: per Israele obiettivi legittimi; per i palestinesi, vittime civili. In mezzo, l’area grigia più importante: chi decide, e con quali prove, cosa sia davvero un bersaglio militare in un territorio densamente abitato.
A complicare il quadro c’è un altro elemento: Israele parla anche di un sito di comando e controllo nel Nord di Gaza, accusando quattro militanti di averlo usato per stoccare armi e pianificare attacchi. Hamas non entra nel dettaglio delle singole uccisioni, ma attraverso il portavoce Hazem Qassem sostiene che gli attacchi “confermano” l’intenzione israeliana di svuotare l’accordo.
I numeri citati nel testo sono, di fatto, una contabilità politica. Dal cessate il fuoco, secondo il Ministero della Salute a Gaza, le forze israeliane avrebbero ucciso almeno 439 palestinesi; le squadre di soccorso avrebbero recuperato 688 corpi nello stesso periodo. L’esercito israeliano dichiara tre soldati uccisi dai combattenti. Nel bilancio complessivo del conflitto, dal ottobre 2023, si parla di oltre 71 mila morti palestinesi e più di 171 mila feriti.
Queste cifre non sono solo cronaca. Sono la base su cui ciascuna parte prova a dimostrare che l’altra sta violando lo spirito, se non la lettera, della tregua. E ogni episodio diventa una prova generale: se passa oggi, passerà domani.
Una tregua instabile non produce ricostruzione, produce soltanto sopravvivenza. La Striscia resta un sistema economico bloccato: infrastrutture danneggiate, accessi condizionati, filiere spezzate, costo della vita drogato dalla scarsità e dalla dipendenza dagli aiuti. Ogni ripresa dei bombardamenti, anche “limitata”, ha un effetto moltiplicatore: interrompe la logistica, allontana fornitori, riduce la capacità delle organizzazioni umanitarie di operare e rende più rischioso perfino il ripristino dei servizi essenziali.
Per Israele, l’assenza di una stabilizzazione reale significa mantenere un costo di sicurezza permanente: mobilitazioni, difesa attiva, pressione interna sulla leadership. Per gli Stati Uniti, che sponsorizzano la tregua, significa esporsi a un logoramento reputazionale: più la tregua appare una coperta corta, più Washington viene dipinta come arbitro di parte, e più diventa difficile gestire l’effetto a catena su alleanze e dossier regionali.
Sul terreno, l’idea dei “colpi di precisione” risponde a due esigenze: contenere l’escalation e, insieme, non concedere a Hamas la percezione di un congelamento totale che possa essere letto come vittoria. Ma la precisione militare non coincide con precisione politica. Anche quando l’obiettivo è un dirigente o un deposito, l’impatto sul campo è inevitabilmente più ampio: vittime collaterali, macerie, rabbia, reclutamento, delegittimazione del cessate il fuoco.
In questa fase, la tregua sembra funzionare come un corridoio tattico, non come una soluzione. Israele collega l’avvio della seconda fase dei colloqui alla restituzione dell’ultimo corpo di un ostaggio e insiste sul disarmo di Hamas. Hamas rivendica di aver rispettato gli impegni e dice di essere pronta a discutere le fasi successive. Ma se la seconda fase si apre con un braccio di ferro su condizioni massimaliste, la tregua resta un’interruzione armata, non un percorso.
La frase di Naim non è soltanto un attacco agli Stati Uniti: è un tentativo di spostare il baricentro della responsabilità. Se la tregua è “americana”, allora ogni violazione diventa un test della credibilità americana. E se la credibilità si incrina, entrano in gioco altri mediatori, altri sponsor, altri interessi.
Geopoliticamente, Hamas prova a ottenere due risultati: mettere pressione su Washington perché freni Israele, e consolidare la propria legittimità come interlocutore “necessario” nelle fasi successive. Israele, al contrario, punta a tenere separati due piani: gestione della tregua e obiettivo strategico di lungo periodo, cioè impedire che Hamas resti una forza armata capace di dettare condizioni.
Geoeconomicamente, la posta è la normalizzazione o la paralisi. Senza una tregua credibile, non c’è ricostruzione finanziabile, non c’è riapertura stabile dei flussi, non c’è ritorno a una vita economica minima. E senza prospettiva economica, la sicurezza resta un consumo continuo di risorse, mentre la diplomazia diventa un esercizio di contenimento, non di soluzione.
La realtà, al netto delle dichiarazioni, è semplice: una tregua non vive di annunci, vive di meccanismi. Se gli episodi come quelli dell’8 gennaio continuano, Hamas continuerà a dire che Israele sabota l’accordo e che gli Stati Uniti lo coprono; Israele continuerà a dire che colpisce per prevenire minacce e che la responsabilità è di Hamas. E in mezzo resterà Gaza, con la tregua come parola e la guerra come abitudine.