di Giuseppe Gagliano

La posizione di Benjamin Netanyahu sulla futura presenza internazionale a Striscia di Gaza mostra chiaramente che Israele intende mantenere il controllo politico e militare della transizione post-bellica. Il primo ministro israeliano ha dichiarato che lo Stato ebraico stabilirà quali contingenti stranieri potranno far parte della forza multinazionale prevista nel piano di pace promosso da Donald Trump. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di un segnale politico: Israele non è disposto ad accettare compromessi sulla propria sicurezza nazionale.

Netanyahu ha ribadito che Israele è uno Stato indipendente e che nessuna amministrazione straniera, nemmeno quella statunitense, detta la sua politica di difesa. La composizione della forza internazionale, chiamata a garantire la tregua e accompagnare il ritiro graduale delle Forze di Difesa Israeliane, sarà quindi subordinata alla valutazione israeliana su ogni Paese partecipante. L’amministrazione Trump ha già chiarito che non invierà truppe americane, ma ha avviato contatti con Indonesia, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Qatar, Turchia e Azerbaigian per costituire la forza multinazionale.

Netanyahu si è già detto contrario a un coinvolgimento turco, dato il deterioramento dei rapporti con Recep Tayyip Erdogan, che ha duramente criticato l’offensiva israeliana su Gaza. Washington, attraverso il segretario di Stato Marco Rubio, ha confermato che la forza sarà composta solo da Paesi considerati “affidabili” da Israele.

Dietro la fermezza di Netanyahu si intravede la pressione statunitense. Fonti diplomatiche hanno rivelato che Trump, dopo mesi di resistenze israeliane, è riuscito a convincere il premier a inserire la forza internazionale nel quadro di un accordo politico più ampio. Lo stesso Trump avrebbe costretto Netanyahu a scusarsi con l’emiro del Qatar per un raid aereo fallito a Doha. Parallelamente, Washington ha chiesto agli alleati arabi di persuadere Hamas a rilasciare tutti gli ostaggi israeliani.

I corpi di 13 ostaggi israeliani deceduti si trovano ancora nella Striscia, e le autorità di Tel Aviv accusano Hamas di ostacolare il recupero dei corpi. Israele ha autorizzato l’ingresso di una squadra tecnica egiziana per collaborare con il Comitato internazionale della Croce Rossa, utilizzando escavatori e mezzi pesanti per localizzare i resti oltre la linea di ritiro delle truppe israeliane.

La creazione di una forza di stabilizzazione internazionale rappresenta la seconda fase del piano di Trump: garantire sicurezza, avviare una transizione amministrativa e definire un modello di governance duratura per Gaza dopo il ritiro dell’esercito israeliano. Tuttavia, l’attuazione appare fragile. Hamas ha chiarito di non voler consegnare le armi, ritenute necessarie per “resistere all’occupazione”. Israele, dal canto suo, considera il disarmo di Hamas una condizione non negoziabile per la pace.

La gestione della forza multinazionale è molto più di una questione operativa: è il cuore del nuovo equilibrio regionale. Israele vuole garantirsi che nessun Paese ostile possa avere influenza diretta sul terreno, mentre Washington tenta di costruire un’architettura di sicurezza basata sugli alleati arabi più allineati alla sua strategia.

Gaza diventa così il laboratorio di una nuova fase della politica mediorientale: un cessate il fuoco gestito da attori selezionati, una transizione controllata e la marginalizzazione di Hamas come potere politico e militare. Ma il successo di questo progetto dipenderà da un delicato equilibrio tra interessi israeliani, pressioni americane e disponibilità araba, in uno scenario dove la pace resta un traguardo instabile.