di Shorsh Surme

Nel contesto della brutale guerra in corso a Gaza, stanno emergendo iniziative internazionali che chiedono un cessate-il-fuoco “temporaneo” al meno di due mesi, proposto dalla Birmania e da altre potenze regionali e internazionali. A prima vista questa proposta sembra una “finestra umanitaria” per salvare vite civili, ma un’analisi più approfondita rivela che potrebbe rivelarsi una pericolosa trappola strategica che minaccia la resistenza palestinese e il futuro dell’intera causa.

La base di qualsiasi accordo di tregua è che debba essere equilibrato e tutelare gli interessi di tutte le parti. Tuttavia, nel modello proposto da Donald Trump a seguito dell’incontro con Benjamin Netanyahu, diventa chiaro che Israele punta a sfruttare il periodo di tregua per raggiungere il suo obiettivo primario: liberare i prigionieri rimasti della resistenza. Non è stato possibile raggiungere tale obiettivo militarmente, nonostante i massacri e le massicce distruzioni che ha causato.

Attraverso la tregua il premier israeliano punterebbe sulla liberazione dei prigionieri con la “negoziazione”, più economica e meno rischiosa.

Molti analisti temono che questa tregua non sarebbe il preludio a una soluzione permanente, bensì il riposo di un guerriero. Durante la tregua Israele cercherebbe di riorganizzare le sue forze, ripristinare le sue scorte militari e riposizionare il suo fronte interno, la cui immagine è crollata a livello globale. In cambio ad Hamas verrebbero imposti obblighi rigorosi, impedendogli di muoversi o di prepararsi a un nuovo scontro.

Il piano proposto rappresenta un’inscindibile visione strategica sionista:

– Sfollamento di massa a Gaza con il pretesto di “corridoi sicuri”.

– Espansione degli insediamenti in Cisgiordania, in particolare a Gerusalemme.

– Cancellazione dell’identità palestinese e divisione del territorio in cantoni isolati.

– Creazione di una nuova realtà che sarà difficile cambiare dopo la guerra.

Come hanno dichiarato pubblicamente i leader israeliani, “Questa è un’opportunità irripetibile per rimodellare la regione”.

I politici statunitensi, compreso Trump, che sembrano favorevoli a un “cessate-il-fuoco”, praticano un palese inganno: la loro retorica umanitaria nasconde un continuo sostegno militare e punta a riabilitare l’immagine internazionale di Israele presentandolo come un partner negoziale. Vogliono presentare all’elettore americano un “successo diplomatico”, ma a scapito del sangue e dei diritti palestinesi.

C’è un’alternativa? Qualsiasi tregua deve essere subordinata a garanzie reali:

– Il cessate il fuoco permanente, non temporaneo.

– Il ritiro completo da Gaza.

– La completa revoca del blocco.

– L’impegno alla ricostruzione di Gaza in base a garanzie internazionali.

– Il rilascio dei prigionieri palestinesi come parte di un accordo globale.

Senza queste condizioni, qualsiasi tregua non è altro che una trappola per liquidare ciò che resta della resistenza palestinese e completare il progetto di sfollamento e insediamento. Una tregua non è una soluzione umanitaria a meno che non faccia parte di una giusta soluzione politica.

L'”Accordo dei 20 punti di Trump” potrebbe essere più pericoloso della guerra stessa, se i palestinesi non lo leggessero attentamente e non lo affrontassero con una posizione unitaria e una visione chiara.