di Enrico Oliari –

“Fin che c’è guerra, c’è speranza”, titolava un film del 1984 che vedeva come protagonista Alberto Sorti:  un rapporto di una commissione parlamentare guidata dall’ex ministro della Difesa John Stanley, ha dimostrato che oggi la Gran Bretagna vende armi ed equipaggiamenti a quasi tutti i paesi che ha inserito nella propria lista nera per il mancato rispetto dei diritti umani, grazie al rinnovo di o alla consegna di tremila licenze di esportazione per un totale di 14 miliardi di euro, somma che Stanley ha definito “gigantesca”.

Fra i clienti dell’industria bellica della Gran Bretagna figurano anche la Corea del Nord, paese verso il quale è in corso la sanzione dell’embargo, ed il Sud Sudan, una delle nazioni più povere del mondo, ma ben disposta a muovere guerra al nord per il controllo del petrolio delle regioni a confine.

La Cina beneficia di 1.163 contratti per un valore di circa due miliardi di euro, mentre la Russia e l’Iran, altro paese sotto embargo, si rapportano con Londra per 62 contratti a testa, in cui vengono venduti persino droni.

Anche l’Argentina è in affari con l’industria bellica della Gran Bretagna, nonostante sia aperta la questione delle sovranità sulle isole Malvine.

In occasione del recente summit dei ministri degli Esteri europei, la Gran Bretagna e la Francia hanno spinto ed ottenuto per ottenere il via libera dell’Unione europea di vendere armi in Siria, non necessariamente solo ai ribelli, nonostante la contrarietà di diversi paesi, fra i quali l’Italia, e soprattutto il rischio di un’escalation dagli effetti imprevedibili.