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Sotto pressione da parte del proprio elettorato e dell’opinione pubblica in generale, critica per i molti stranieri anche europei che vivono e lavorano in gran Bretagna (250mila gli italiani a Londra), il premier David Cameron già a novembre aveva dettato le condizioni per evitare la paventata Brexit, cioè l’uscita dall’Unione Europea del suo paese.

Il ministro dell’Interno Theresa May aveva spiegato che la decisione di chiudere le porte agli europei in arrivo in Gran Bretagna senza un permesso di lavoro in tasca era motivata dal fatto che “sfruttano” lo stato sociale. Aveva poi puntualizzato che gli accordi sulla libera circolazione degli europei indicavano “la libertà di spostarsi per lavorare, ma non libertà di attraversare le frontiere per cercare un lavoro o usufruire dei benefici” dei britannici.

I quattro punti riportati nella lettera Cameron all’Ue chiedevano

– garanzie vincolanti sul piano legale che i 19 membri dell’Eurozona non prendessero decisioni che possano influire sull’economia del Regno Unito. Queste includono decisioni sul mercato interno, sulla regolamentazione bancaria e sulla supervisione della stabilità finanziaria. Cameron voleva inoltre anche che gli Stati non appartenenti all’Eurozona fossero esentati dai contributi volti a stabilizzare la moneta unica.

– limitazioni a quella che viene considerata un’eccessiva regolamentazione e burocrazia dell’Ue per lanciare la crescita. “Nonostante i risultati ottenuti limitando il flusso di nuove regolamentazioni, il peso dell’attuale regolamentazione è ancora troppo alto”.

– che il Regno Unito venisse affrancato da ogni ulteriore politica di integrazione e che venissero incrementati i poteri dei parlamenti nazionali in modo tale che vi fosse la possibilità di bloccare le leggi europee; garanzie che il suo Paese venisse preservato il diritto di opzione, precedentemente negoziato, sulle future legislazioni in materia di giustizia e affari interni.

– la riduzione dell’afflusso di migranti nel Regno Unito sospendendo il diritto alla libertà di circolazione per i cittadini dei nuovi Stati membri dell’Ue fino a quando le loro economie non si saranno allineate a quelle dei membri già esistenti. Cameron puntava anche a limitare l’accesso al welfare per questa stessa categoria di migranti.

L’impostazione di quest’ultimo punto lascia supporre che ne sarebbero esclusi i cittadini di paesi europei dalle economie forti, quindi anche gli immigrati italiani, ma a farne le spese sarebbero comunque quelli di altre nazioni, specie dell’Europa orientale, che, in barba al principio di uguaglianza verrebbero ad essere per Londra europei di serie “b”.

In vista del vertice del 18 febbraio, il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk ha oggi annunciato le sue proposte per evitare la Brexit, una serie di misure che rappresentano un “freno d’emergenza” ai benefici previdenziali per i lavoratori europei immigrati, soprattutto per coloro che non provengono dai paesi dell’eurozona. Da qui a metà febbraio gli incaricati sonderanno gli umori nell’Ue in modo da arrivare ad un accordo entro giugno, quando si terrà in Gran Bretagna il promesso referendum sulla permanenza nell’Ue.

Le proposte non entreranno in vigore finché la Gran Bretagna non eviterà la Brexit attraverso il referendum.

Essenziale è anche che l’accordo trovi il favore degli altri 27 paesi dell’Unione Europea, ma già il Visegrad, i Paesi dell’Europa centrale (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia), ha fatto sapere che si porrà di traverso in quanto l’accordo di Tusk violerebbe le clausole Ue di libero movimento e verrebbe ad essere discriminatorio.

Il premier britannico David Cameron venerdì sarà in Polonia nel tentativo di ottenere il sì di Varsavia e il 12 febbraio ad Amburgo vedrà la cancelliera tedesca Angela Merkel.