di Giuseppe Gagliano

La Germania resta una potenza sospesa, incapace di trasformare la propria forza economica in autonomia strategica e ancora legata, per necessità e storia, agli Stati Uniti. A un anno dall’ascesa di Friedrich Merz, la promessa di una svolta appare incompiuta: Berlino ha avviato cambiamenti importanti, ma senza definire una direzione chiara.

Il Paese ha infranto alcuni tabù, aumentando debito e spesa militare e riconoscendo la fine del vecchio modello fondato su energia russa a basso costo, export verso la Cina e protezione americana. Tuttavia resta irrisolta la questione centrale: diventare pilastro di un’Europa autonoma o continuare sotto l’ombrello di Washington.

La crisi economica rende il dilemma più urgente. Dopo due anni di recessione, la ripresa è debole e il sistema industriale mostra crepe profonde. Il caso Volkswagen, con migliaia di posti a rischio, segnala una trasformazione strutturale: la concorrenza cinese cresce sul piano tecnologico mentre i costi energetici e le fragilità delle catene produttive pesano sull’economia tedesca.

In questo contesto, il legame con gli Stati Uniti resta decisivo. Non è solo un’alleanza politica, ma una dipendenza militare, tecnologica ed economica. Berlino ospita basi americane e mantiene rapporti industriali sempre più stretti con Washington, fattori che spiegano la prudenza del governo.

Questa cautela affonda anche nella storia. La Germania del dopoguerra è stata costruita dentro l’ordine americano, e per una generazione come quella di Merz gli Stati Uniti restano il garante della sicurezza e della democrazia. Ma oggi Washington è percepita come più unilaterale e competitiva, creando una tensione tra riconoscenza e interesse nazionale.

La Germania ha compiuto passi avanti anche sul fronte della difesa, modificando nel 2025 la Costituzione per finanziare nuove spese. Resta però aperta la questione strategica: rafforzare semplicemente la NATO o costruire una vera autonomia europea. Su questo punto Merz oscilla, frenando le risposte più dure alle tensioni commerciali con gli USA e mantenendo una linea incerta nelle crisi internazionali.

Le ambiguità emergono anche in Medio Oriente. Berlino ha preso parziali distanze da Israele nella guerra a Gaza, senza però sostenere sanzioni europee, e non è riuscita a sviluppare una linea autonoma sull’Iran, subendo di fatto le scelte americane nonostante i costi diretti per l’economia europea.

Sul piano europeo, il cancelliere privilegia un approccio intergovernativo, cercando equilibri tra leader come Giorgia Meloni e Bart De Wever, mantenendo invece maggiore distanza da Emmanuel Macron. Ne deriva una linea ancora frammentata, fatta di aperture su debito comune e mercato finanziario, ma priva di una strategia coerente.

A complicare il quadro è la politica interna. La maggioranza di Merz è fragile, mentre cresce l’Alternative für Deutschland. In questo scenario ogni scelta diventa rischiosa: rompere con Washington, accelerare l’integrazione europea o cambiare linea in politica estera potrebbe avere costi politici elevati.

Il risultato è una Germania che procede per compromessi, mentre il suo modello economico e geopolitico viene messo sotto pressione su tutti i fronti. Il vero nodo resta irrisolto: senza una scelta netta tra autonomia europea e subordinazione strategica agli Stati Uniti, Berlino rischia di restare una potenza incompiuta e l’Europa con essa.