di Giuseppe Gagliano –

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha annunciato che durante un viaggio in Cina previsto per la prossima settimana cercherà “partenariati strategici” con Pechino, rivendicando un punto ormai centrale nella politica europea: politica estera e politica economica non possono più camminare su binari separati.

Dietro la formula c’è un messaggio preciso. La Germania non intende farsi chiudere in un aut aut: o l’alleanza con gli Stati Uniti o il mercato cinese. Il nodo sono i dazi americani e, più in generale, l’uso della leva commerciale come strumento di pressione politica. In questo quadro Merz prova a guadagnare margine di manovra: difendere l’industria tedesca, evitare un isolamento competitivo in Asia, e allo stesso tempo mostrarsi abbastanza “duro” da non alimentare l’accusa di dipendenza da Pechino.

Il punto è semplice e spietato: la Cina resta un pilastro per export, catene del valore e profitti di molte grandi imprese tedesche; ma proprio per questo è anche un rischio sistemico. Se Berlino irrigidisce troppo, paga l’industria. Se Berlino si appoggia troppo, paga la sicurezza economica e la credibilità europea.

Lo scenario più probabile è una “convivenza armata” economica: cooperazione dove conviene, paletti più severi su settori sensibili, e una diversificazione lenta ma obbligata. Merz, insomma, cerca il punto di equilibrio: fare affari senza consegnare pezzi di sovranità tecnologica e produttiva.

C’è poi la variabile che trasforma ogni calcolo: la guerra in Ucraina e la conseguente corsa europea al riarmo. Se l’Europa vuole davvero aumentare capacità militari, scorte, munizioni, difesa aerea e industria, deve mettere in sicurezza energia, tecnologia e filiere. E qui la Cina è contemporaneamente partner e potenziale vulnerabilità: per componenti, materiali critici, apparati industriali, interdipendenze che in una crisi possono diventare ricatto.

In altre parole, l’aumento della postura militare europea non è separabile dalla “geografia” delle dipendenze industriali. Ed è questo che rende credibile la frase di Merz: economia e politica estera sono ormai la stessa cosa, perché la sicurezza passa anche da porti, chip, terre rare, reti e logistica.

Il viaggio in Cina dice anche qualcosa sull’Europa. Berlino tenta di evitare che il continente si riduca a terreno di scontro tra superpotenze: mercato per gli uni, avamposto strategico per gli altri. Ma la partita è delicata: i partner europei chiedono prudenza verso Pechino, mentre Washington vuole coesione sulla linea di contenimento.

Merz prova a tenere insieme tre esigenze spesso incompatibili: proteggere la base sociale tedesca (prosperità e welfare), difendere il mercato e le esportazioni, e costruire una posizione europea che non sia semplice riflesso delle scelte americane.

La domanda finale è politica, prima che commerciale: il “partenariato strategico” è un ponte per negoziare da una posizione più forte con gli Stati Uniti, oppure un tentativo di normalizzare la relazione con Pechino in un momento in cui la storia va nella direzione opposta? La risposta dipenderà da un dettaglio che spesso sfugge: non basta scegliere i partner, bisogna anche decidere quali dipendenze si è disposti a pagare.