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L’11 marzo del 2011, ovvero cinque anni fa, vi fu il maremoto “del Tohoku” che interessò la parte orientale del Giappone. L’onda dello tsunami che colpì l’impianto nucleare di Fukushima misurava almeno 14 metri di altezza, mentre l’impianto era stato progettato per far fronte al massimo ad onde di 6,5 metri di altezza.
L’incidente ha causato la fuoriuscita di radiazioni nell’ambiente e in mare che ancora oggi, secondo il fisico nucleare Stephan Robinson, direttore dei programmi acqua e disarmo di Green Cross Svizzera, sono 35 volte superiori rispetto alla massima dose annua fissata dalle Raccomandazioni della Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica, cioè sono a 4,01 microSievert/ora.
L’emergenza ha comportato l’evacuazione di 185mila persone.
Nonostante l’accaduto il premier giapponese Shinzo Abe ha oggi difeso la politica energetica nazionale e ha dichiarato che “non possiamo fare a meno dell’energia nucleare per garantire l’approvvigionamento regolare di energia”. “Il nostro Paese – ha continuato – è povero di risorse” e, ”tenendo conto delle considerazioni economiche e del cambiamento climatico”, “non possiamo rinunciare all’energia nucleare”.
Il Giappone possiede 18 centrali nucleari per un totale di 52 reattori.

