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L’atteso discorso del premier giapponese Shinzo Abe a 70 anni dalla resa del Giappone non ha sotto l’effetto di portare distensione don la Cina. Anzi, come già avevano fatto i predecessori Tomichi Murayama e Junichiro Koizum, Abe si è scusato per il colonialismo, per le invasioni e le “sofferenze incommensurabili” provocate dal Giappone militarista, ma ha affermato che le nuove generazioni non possono “essere predestinate a scusarsi per sempre, non avendo nulla a che fare con la guerra”.
Da Pechino si è parlato di “un passo indietro e nel migliore dei casi di scuse annacquate”, e si è accusato Abe di “voler chiudere una tragica pagina di storia limitandosi a scuse calibrate una volta per tutte”.
Negli ultimi anni la Cina ha accresciuto la propria forza militare, ma non ha lesinato azioni che possono rappresentare vere e proprie provocazioni nei confronti del vicino a oriente, come la circumnavigazione del paese con un convoglio militare, la creazione di isole artificiali sempre a scopo militare e il sorvolo delle isole contese Senkaku.
Per quanto sia evidente, come ha osservato Abe, che le nuove generazioni non abbiano responsabilità per quanto accaduto nel Secondo conflitto mondiale, vero è che hanno continuato a destare polemiche in Cina negli altri paesi dell’area le visite ufficiali di rappresentanti del governo, fra i quali lo stesso Abe, al santuario Yasukuni di Tokyo, dove è custodito il Libro delle anime di quasi 2,5 mln di caduti, tra i quali 14 criminali di guerra di Classe A (crimini contro la Pace) e 1.068 condannati per crimini di guerra, coinvolti anche in massacri durante l’occupazione della penisola coreana e della Cina.
L’accrescersi della tensione ha spinto di recente Abe a chiedere un adeguamento della Costituzione antimilitarista e a spingere per l’aumento delle spese militari.
