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Non si fermano le proteste dinanzi alla base Usa di Okinawa (Usafj), scaturite dopo un dipendente civile della base, un ex ufficiale della marina statunitense, è stato formalmente accusato di aver violentato e ucciso in aprile una donna di vent’anni, Rina Shimabukuro.

L’ennesimo caso di violenza ha riaperto da parte della popolazione e dei partiti di opposizione la polemica per la presenza di una sì consistente base Usa in Giappone (50mila uomini di cui 30mila militari): le proteste sono oggi giunte al terzo giorno e, secondo gli organizzatori, alla manifestazione odierna sull’isola hanno preso parte 65mila persone.

Per la Reuters “Le proteste segnano il punto più basso nei rapporti tra Stati Uniti e Giappone relativamente a Okinawa e mettono a rischio i piani per trasferire la base in un’altra parte dell’isola”.

I cartelli dei manifestanti riportavano la scritta “Marines go home” e dopo il breve corteo è stata fatta una raccolta di firme per chiedere la chiusura della base.

La base di Okinawa è stata aperta nel 1957 dietro un accordo raggiunto con il Giappone a seguito della sconfitta nella Seconda guerra mondiale; l’isola di Okinawa,c pmtrollata dagli Usa fino al 1972 (ora un quarto del territorio), è stata teatro di una delle più cruente battaglie del conflitto, avvenuta nel 1945: 12mila morti da parte alleata e 130mila morti da parte dell’Impero giapponese.