Giappone. Sistema missilistico Usa Typhon, per Mosca continua l’accerchiamento

di Giuseppe Gagliano

La presenza del sistema missilistico statunitense Typhon in Giappone non è solo una questione tecnica o contingente: è un segnale politico, strategico e simbolico. Mosca lo legge come un passo ulteriore nella militarizzazione dell’Asia-Pacifico e come una minaccia diretta ai propri confini orientali. Sergej Lavrov parla apertamente di “preoccupazione profonda”, insinuando che il dispiegamento non sia più temporaneo ma l’anticamera di una presenza strutturale.
Il punto non è soltanto dove si trovano i missili, ma quale messaggio trasmettono: il ritorno della logica della deterrenza avanzata, proiettata non più solo in Europa, ma lungo la Prima catena di isole che delimita l’accesso cinese al Pacifico.
Il sistema Typhon, capace di lanciare missili Tomahawk e Standard Missile-6, rappresenta una piattaforma flessibile, offensiva e difensiva al tempo stesso. Con una gittata che consente di colpire obiettivi in Cina, Russia e Corea del Nord, diventa uno strumento di pressione strategica, più che un semplice asset operativo.
Washington insiste sul carattere temporaneo del dispiegamento, legato a esercitazioni congiunte e a esigenze di rassicurazione degli alleati. Ma il precedente delle Filippine, dove un sistema analogo è rimasto oltre il termine ufficiale delle esercitazioni, rende poco credibile la narrazione della provvisorietà. La linea tra addestramento e installazione permanente si fa sempre più sottile.
Tokyo si trova al centro di una trasformazione silenziosa ma profonda. La cooperazione militare con gli Stati Uniti si intensifica, il ruolo del Giappone come pilastro della sicurezza regionale cresce, e con esso aumentano le frizioni con Russia e Cina.
Per Mosca le esercitazioni NATO in prossimità dei propri confini orientali e il rafforzamento delle capacità giapponesi sono parte di un disegno più ampio: un accerchiamento progressivo che replica, in Asia, la pressione esercitata in Europa orientale. Il Giappone diventa così non solo alleato di Washington, ma piattaforma avanzata della competizione globale tra blocchi.
Sul fondo della vicenda si staglia il fattore cinese. La crescente assertività militare di Pechino, il rafforzamento delle sue capacità navali e missilistiche e il legame sempre più stretto con la Russia alimentano la percezione occidentale di una convergenza strategica eurasiatica.
La NATO, estendendo il proprio sguardo all’Indo-Pacifico, salda la sicurezza transatlantica a quella asiatica. Il sostegno economico cinese all’economia di guerra russa, attraverso l’acquisto di petrolio e altre forme di cooperazione, rafforza l’idea di un fronte revisionista che richiede una risposta coordinata.
Il vero nodo resta Taiwan. Washington teme che un’eventuale crisi nello Stretto possa drenare risorse militari e politiche, riducendo la capacità di difendere l’Europa da un’eventuale escalation con la Russia. Il dispiegamento di sistemi come Typhon serve anche a questo: dimostrare che gli Stati Uniti possono mantenere una doppia deterrenza, in Asia e in Europa, senza arretrare su nessuno dei due fronti.
Ma questa strategia comporta un rischio evidente: moltiplicare i punti di attrito, aumentare la percezione di accerchiamento da parte di Russia e Cina e rendere più fragile l’equilibrio complessivo.
Il caso Typhon in Giappone non è un episodio isolato, ma un tassello di una trasformazione più ampia. La deterrenza torna a essere mobile, avanzata, multilaterale. Le basi, le catene di isole, le esercitazioni congiunte diventano i nuovi confini di una guerra che, per ora, resta fredda ma sempre più affollata di armi pronte all’uso.
In questo scenario, la vera domanda non è se il Typhon resterà in Giappone, ma quanto a lungo il mondo riuscirà a sostenere una competizione strategica così diffusa senza trasformarla in conflitto aperto.