Giappone. Son inventa un fondo sovrano con gli Usa per la competizione tecnologica globale

di Giuseppe Gagliano

Nel cuore delle trattative geopolitiche più delicate tra Washington e Tokyo, si sta facendo strada un’idea destinata a lasciare il segno: la creazione di un fondo sovrano congiunto Stati Uniti-Giappone per dettare le regole della competizione tecnologica globale. A muoverlo, ancora una volta, è Masayoshi Son, il visionario fondatore di SoftBank, l’uomo che ha già immaginato un mondo tra 30, 100, perfino 300 anni, e che oggi punta a far convergere potenza politica e capitale privato in un’unica architettura strategica transpacifica.
Nel suo disegno, rivelato dal Financial Times, Son ha proposto al premier giapponese Shigeru Ishiba e al presidente americano Donald Trump di dare vita a un veicolo d’investimento pubblico-privato condiviso, in cui il Tesoro USA e il Ministero delle Finanze giapponese siano co-proprietari con quote eguali. Un fondo sovrano ibrido, modellato non sulle banche d’investimento nazionali europee o sui mastodonti finanziari di Norvegia e Golfo Persico, ma su un’alleanza ideologica e industriale finalizzata al controllo delle tecnologie emergenti: semiconduttori, intelligenza artificiale, reti di nuova generazione e infrastrutture critiche.
Il progetto prevede la mobilitazione iniziale di 300 miliardi di dollari, con successiva emissione di obbligazioni per sostenere iniziative infrastrutturali strategiche in entrambi i Paesi. L’innovazione sta nel meccanismo: anziché incentivi fiscali, un piano di investimento industriale a lungo termine, capace di radicare la nuova sovranità tecnologica nel tessuto produttivo e scientifico nippo-americano.
In un’epoca in cui l’egemonia non si misura più solo in missili o portaerei, ma nella capacità di governare i flussi di dati, algoritmi e intelligenze artificiali, il progetto di Son assume una valenza chiaramente strategica. La competizione con la Cina sul fronte tecnologico ha trasformato la Silicon Valley, Tokyo e Seoul in teatri decisivi per la supremazia globale. E proprio da questa consapevolezza nasce la spinta a rendere strutturale l’alleanza tra Stati Uniti e Giappone.
Del resto la stessa SoftBank non è estranea a questi giochi di potere. Con il suo Vision Fund ha già partecipato al rilancio dell’industria tech americana, mentre il recente asse con Sam Altman per il finanziamento di OpenAI e il supporto al progetto Stargate segnano il desiderio di entrare nel cuore pulsante della corsa all’IA. Si parla di investimenti per oltre 40 miliardi di dollari solo per rafforzare il ruolo della piattaforma ChatGPT come “capitale cognitivo” del mondo anglosassone.
Il disegno è ambizioso, ma non utopico. A differenza dell’Europa, paralizzata da una finta concorrenza di mercato che in realtà maschera la svendita del suo potenziale tecnologico, Stati Uniti e Giappone potrebbero essere sul punto di dare vita a una “Bretton Woods digitale”, capace di riscrivere le regole del capitalismo high-tech con logiche coordinate di investimento, difesa e sviluppo industriale.
Questo nuovo asse, secondo Son, dovrà fondarsi su due pilastri: la legittimità politica (Trump e Ishiba come garanti sovrani) e la potenza del capitale privato, pronto a confluire nel fondo come “limited partner” purché vi sia una strategia condivisa per rispondere alla minaccia cinese. Il nemico è chiaro: Pechino, con i suoi fondi pubblici illimitati, la sua guerra industriale strisciante e la sua capacità di scalare interi settori dall’intelligenza artificiale alla robotica.
Ciò che emerge con chiarezza è che la stagione del “capitalismo neutrale” è finita. I soldi, oggi, si muovono lungo traiettorie geopolitiche, e la proposta di Son lo dimostra. Non si tratta più di trovare buoni affari, ma di costruire infrastrutture di potere, bastioni tecnologici, mura digitali in grado di difendere le economie occidentali da chi le vuole sottomettere con le armi del credito, del know-how e delle piattaforme.
Non è solo un progetto economico, è una dottrina: un patriottismo tecnologico travestito da investimento. Un’intelligenza economica che prende la forma di una nuova “alleanza del chip”, un soft power rivisitato in chiave strategica-industriale. E proprio per questo, se l’accordo tra Ishiba e Trump troverà concretezza nel prossimo G7 in Canada, sarà molto più di un trattato commerciale: sarà l’inizio di una nuova architettura del mondo, in cui Tokyo e Washington proveranno a guidare la quarta rivoluzione industriale.
Masayoshi Son non è un politico, ma forse è il più politico tra gli imprenditori della sua generazione. La sua proposta è un manifesto per il futuro: un capitalismo di Stato globale, in cui fondi sovrani e superpotenze collaborano non per vendere prodotti, ma per produrre egemonia. E mentre l’Europa resta a guardare, altrove si disegna il mondo che verrà.