di C. Alessandro Mauceri –
Oggi nel mondo vivono oltre 370 milioni di indigeni appartenenti a circa cinquemila popolazioni. Vivono in settanta paesi e hanno culture, aspetti sociali e relazionali unici. Basti pensare che, secondo quanto riporta Amnesty International, sono oltre quattromila le lingue parlate.
Quest’anno l’attenzione è stata focalizzata sul problema dell’accesso dei popoli indigeni ai servizi sanitari. Servizi sanitari spesso necessari dopo che il contatto con altre popolazioni avevano causato epidemie e distruzione.
Nel 2007 la dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni venne adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: fu riconosciuto il diritto dei popoli indigeni all’autodeterminazione a perseguire liberamente lo sviluppo economico, sociale e culturale. L’articolo 24 della Dichiarazione affermava che “gli individui indigeni hanno pari diritto al godimento del più alto livello possibile di salute fisica e mentale” e che “gli Stati membri adottano le misure necessarie al fine di conseguire progressivamente la piena realizzazione di questo diritto”.
Oggi, però, nonostante le belle parole e le manifestazioni di rito, questi diritti vengono regolarmente violati. Spesso, a causa della loro dimensione limitata e del fatto che vivono in aree oggetto del land grabbing, lo sfruttamento delle risorse agricole e minerarie da parte della grandi multinazionali, le popolazioni indigene sono vittime di abusi di diritti umani di ogni tipo. Basti pensare che circa un terzo dei 900 milioni di persone che vivono in aree rurali povere, appartiene a tribù indigene.
Il 9 agosto, in un messaggio in occasione della Giornata dei Popoli indigeni, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha detto che “In questa Giornata internazionale dei popoli indigeni del mondo, chiedo alla comunità internazionale di garantire che non sono lasciati alle spalle. Per creare un futuro migliore e più equo, dobbiamo impegnarci a fare di più per migliorare la salute e il benessere dei popoli indigeni”.
In realtà il problema dei popoli indigeni è noto già da molti anni, ma finora poco o niente è stato fatto. Già nel 2009 le Nazioni Unite avevano diffuso uno studio sullo stato delle popolazioni indigene del mondo. Lo studio aveva rivelato allarmanti statistiche sulla povertà, la sanità, l’istruzione, l’occupazione, i diritti umani, l’ambiente in cui queste persone sono costrette a vivere a causa degli interessi economici internazionali. A distanza di sei anni, nel corso della manifestazione svoltasi il 10 agosto scorso, e alla quale hanno partecipato oltre al segretario generale Ban Ki-moon, anche Wu Hongbo, sottosegretario generale per gli affari economici e sociali e alto funzionario per coordinare il follow-up della Conferenza mondiale sulle popolazioni indigene, e Megan Davis, presidente del Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene, è stata presentata una nuova pubblicazione. Uno studio che dimostra che la situazione non è migliorata, anzi, semmai, è peggiorata. Gli esperti hanno dimostrato che esiste un grave divario sanitario tra i popoli indigeni e le popolazioni non indigene che vivono negli stessi paesi. L’aspettativa di vita delle popolazioni indigene è spesso più bassa. E ciò a causa della presenza di malattie infettive e di alti tassi di malnutrizione e mortalità infantile. I popoli indigeni sono anche maggiori probabilità di soffrire di abuso di sostanze e la depressione e altri disturbi mentali rispetto alle loro controparti non indigene. Effetti, molto spesso, di una modernizzazione che loro non hanno chiesto né voluto, ma che è stata imposta.
Una costrizione che ha causato un peggioramento della salute dei popoli indigeni dovuto a fattori sociali, culturali, economici e politici, tra cui l’istruzione inadeguata, la povertà e la discriminazione sproporzionata nella fornitura dei servizi sanitari.

