Dire * –
Quattro droni abbattuti, una stazione di controllo a terra colpita, una base americana in Kuwait presa di mira. In meno di ventiquattr’ore, il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha prodotto una sequenza di azioni e ritorsioni che smentisce, nei fatti, ogni annuncio di tregua imminente.
Le forze del Comando Centrale americano hanno intercettato quattro droni d’attacco iraniani a senso unico nello stretto di Hormuz, poi hanno colpito una stazione di controllo nella città portuale di Bandar Abbas, nel momento in cui stava per essere lanciato un quinto velivolo. Risposta immediata: le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno preso di mira una base aerea americana in Kuwait, secondo quanto riferito dall’emittente di Stato Irib, sostenendo che quella struttura “fungeva da punto di partenza dell’attacco”. Poco dopo le sei del mattino, l’esercito kuwaitiano ha confermato che le proprie difese aeree stavano intercettando minacce missilistiche e da droni su Kuwait City.
Uno scambio in piena regola, dunque. Non uno sfogo estemporaneo, ma una logica di ritorsione che si autoalimenta e che rende ogni ipotesi negoziale più fragile di quanto appaia sui comunicati ufficiali.
Trump aveva già smentito le voci di un accordo mediato dall’Oman per gestire il traffico marittimo nello stretto di Hormuz. Ieri, in una riunione di gabinetto trasmessa in televisione, ha ribadito che Teheran vuole un’intesa, “molto”, parola sua, ma non ha ancora offerto abbastanza. “Finora non ci sono riusciti. Non ne siamo soddisfatti, ma lo saremo. O così, oppure dovremo semplicemente portare a termine il lavoro”.
Da Teheran, nel frattempo, arrivano segnali ugualmente contraddittori: un ritorno alla guerra sarebbe “improbabile”, ma le forze iraniane sono ancora “in agguato con i caricatori pieni”. Definitivamente ,ma che nessuno, al momento, è disposto a stabilizzare davvero.
* Fonte: agenzia Dire.













