di Enrico Oliari –
Gli Usa potrebbero presto colpire con i raid obiettivi dell’Isil in Siria: le voci che da giorni stanno girando per i corridoi di Casa Bianca e Pentagono sono state in qualche modo ufficializzate dal vice consigliere per la sicurezza nazionale Ben Rhodes, il quale, rispondendo ad una domanda specifica, ha affermato che “valuteremo cosa sia necessario nel lungo termine per assicurarci di proteggere gli americani”.
L’ipotesi di raid in Siria contro i qaedisti arriva dopo la barbara esecuzione del giornalista statunitense James Foley, tuttavia un intervento di questo genere rappresenterebbe il radicale cambiamento di posizione della politica dell’amministrazione Obama, che, giusto un anno fa, era arrivata quasi a colpire le forze di Bashar al-Assad in seguito all’uccisione con le armi chimiche di 1.429 civili, azione fermata in extremis dall’iniziativa diplomatica russa.
Va detto che i miliziani dell’Isil (Stato islamico dell’Iraq e del Levante, detto anche Isis, Is o Daesh) hanno mutato nel corso del conflitto siriano la loro posizione e, oltre a combattere l’esercito regolare, da alleati degli insorti si sono messi a muovere loro guerra, come pure ai curdi del nord e persino agli altri gruppi di jihadisti, come nel caso di Jabat al-Nusra.
Riferendosi all’Isil il presidente Barak Obama nei giorni scorsi ha affermato che si tratta di “un cancro che va estirpato”; tuttavia, vien da chiedersi, perché sostenere la caduta di governi stabili per arrivare alla situazione della Siria di oggi, il cui conflitto conta ormai 191mila morti, come pure a quella della Libia, dell’Iraq e si potrebbe dire dell’Egitto, se non fosse per l’intervento dei militari?
Il Segretario alla Difesa Chuck Hagel ha esclamato che “l’Isil va ben oltre ogni altro gruppo terroristico visto finora” e rappresenta “una minaccia a lungo termine”. Eppure quanta e quale responsabilità hanno le potenze che hanno sostenuto il rovesciamento dei vari governi per reggere il gioco di Arabia Saudita o Qatar nella loro assurda lotta, giocata sullo scacchiere dei paesi circostanti, per accaparrarsi il ruolo di interlocutore con l’Occidente? Possibile che importanti leader e strapagati consiglieri presidenziali non abbiano tenuto conto della storia e della peculiarità delle varie popolazioni e non abbiano considerato il “dopo”, ovvero cosa sarebbe successo in seguito?
Correttamente il generale statunitense Martin Dempsey, capo di stato maggiore Interforze, si è chiesto se “ Senza affrontarne il ramo in Siria (l’Isil) può essere sconfitta? La risposta è no”, proprio perché in Siria vi sono le basi degli jihadisti che ormai hanno quasi raggiunto le porte di Baghdad. Tuttavia, considerando che i qaedisti dell’Isil compiono stragi e tagliano teste da ormai tre anni, come è stato possibile fino ad oggi chiedere all’opinione pubblica internazionale di combattere culturalmente e militarmente al-Qaeda in Afghanistan, salvo appoggiarla in Siria? Perchè, se l’Isil si è dichiarata ufficialmente una branca di al-Qaeda e lo stesso numero uno, Ayman al-Zawahiri, ne ha dichiarato la paternità, i media occidentali continuano a parlare semplicemente di “jihadisti”, di “terroristi” e di “islamisti”, e omettono il termine “qaedisti”?
Mosca, che certamente ha nel paese di Damasco i propri interessi (a Tartus vi è una fornitissima base russa, fino a poco fa l’unica in un panorama che, dal Marocco al Kirghizistan con esclusione dell’Iran, vedeva piazzate basi statunitensi), sembra averci visto giusto nel costringere gli Stati Uniti a stare fuori dalla Siria: a prescindere dal fatto che ancora si hanno forti dubbi su chi sia l’autore della strage con le armi chimiche di un anno fa, quanto terreno avrebbero guadagnato i qaedisti se gli aerei americani e francesi avessero bombardato l’esercito di Damasco?
Tutti siamo contrari ai regimi, specie se dittatoriali, ma ha ragione l’Alto commissario Onu per i Diritti umani Navi Pillay a denunciare oggi, per l’ennesima volta, come “la paralisi internazionale” abbia incoraggiato gli “assassini, i torturatori e i devastatori in Siria”: non si abbattono i regimi per i più disparati interessi (solo la ricostruzione dell’Iraq post-deposizione di Hussein comporta investimenti per 500 miliardi di dollari, un affare che interessa 7 banche occidentali) fregandosene di cosa poi accadrà a milioni di individui!
L’idea di un califfato che si appoggi sul radicalismo non è nuova, anzi, è antichissima, mentre fino a quando vi erano governi stabili termini come “Isil”, “Ansar Dine”, “Ansar al-Sharia”, Jabat al-Nusra” ecc. erano del tutto sconosciuti.
La lezione che se ne trae è che la democrazia non è un bene che può essere esportato, quasi fosse un oggetto, ma resta il frutto del percorso evolutivo di un popolo attraverso la storia, per cui “misurare” il mondo con il proprio metro resta un errore imperdonabile, fatto sulle spalle delle famiglie distrutte e delle generazioni di giovani spazzate via dai conflitti o risucchiate dal vortice dell’integralismo.
Perché, se il proposito era quello di abbattere i regimi che imprigionano gli avversari politici, torturano e arrivano persino a compiere genocidi, L’Occidente ha girato le spalle alle “Primavere arabe” e alle rivolte soffocate nel sangue che hanno interessato nel 2011 e nel 2012 le monarchie del Golfo?
Anche in Egitto Obama ha giocato malissimo le proprie carte appoggiando i Fratelli Musulmani di Mohammed Morsi, finanziati e sostenuti dal Qatar, tanto che l’attuale presidente Abdel Fatah al-Sisi ha spostato la tradizionale alleanza con Oltreoceano alla Russia e Mosca oggi sta piantando una propria base ad Alessandra. La seconda sul Mediterraneo.
La verità è che l’Occidente e quei ricchi, ricchissimi paesi che si affacciano ad ovest del Golfo Persico sono legati da interessi che si misurano con cifre dai molti zeri, basti pensare aggli affari che fanno gli emiri nelle nostre città acquistando hotel, palazzi ed aziende. Per cui oggi, davanti alle molte teste tagliate e al dramma dei milioni di profughi, tutta la politica estera dell’Occidente appare inebetita ed afflitta da un colpevole immobilismo, basata sul pressapochismo o quanto meno sulla mancanza di lungimiranza: l’educazione al valore della democrazia arriva solo attraverso un cambiamento graduale e morbido, che tenga conto del rispetto e della considerazione delle peculiarità di popolazioni composite e antichissime, con una propria cultura e con una propria, ben determinata, identità.

