di Dario Rivolta* –
Nella seconda metà degli anni Ottanta frequentavo l’Unione Sovietica per motivi di lavoro e, chiacchierando con i locali, dagli interlocutori d’affari ai taxisti, mi resi conto che Michail Gorbaciov, tanto osannato in occidente per aver lanciato la “perestroika” e una presunta “glasnost”, era in realtà un cadavere politico ambulante, odiato in patria dalla maggioranza della popolazione.
Una volta, incontrai all’aeroporto di Mosca Demetrio Volcic, corrispondente in loco della Rai. I suoi servizi esaltavano l’allora presidente dell’Urss e segretario del partito come un uomo di successo e dipingevano i cittadini sovietici come grati e adoranti verso il capo. Sapevo che Volcic aveva vissuto a Mosca diversi anni, parlava russo, e sicuramente aveva avuto accesso alle stesse conversazioni che mi avevano dipinto una realtà ben differente. Gli chiesi quindi il perché della diversità tra ciò che non poteva non conoscere e ciò che raccontava nelle sue corrispondenze. La sua risposta mi gelò: “Io devo dire ciò che mi viene chiesto (dai suoi direttori? Dal Pci? N.d.A.) e che la gente si aspetta”.
Mi è ritornato in mente quell’episodio chiacchierando con alcuni dei nostri parlamentari di varie formazioni e con qualche diplomatico del nostro ministero degli Esteri. E’ necessario premettere che ben pochi dei nostri eletti s’interessa o capisce qualcosa di politica estera e quindi ciò che dirò si riferisce solamente ai pochi che seguono gli eventi internazionali. Con mia sorpresa, interrogati sulla questione ucraina, tutti sostenevano la stessa opinione: la Russia non è il vero aggressore, si sta semplicemente difendendo da una provocazione ai suoi confini, voluta e architettata da chi considera Mosca allo stesso modo di come la considerava durante la guerra fredda. Comunque stiano le cose, non è nell’interesse dell’Italia sostenere una politica antirussa e appoggiare le sanzioni.
Qualcuno, forse più informato di altri, ha pure aggiunto che quanto successo a Maidan rientrava in quel quadro di “rivoluzioni colorate” che avevano colpito con alterno successo, alcuni altri paesi ai confini della Russia attuale.
A tutti quelli che mi parlavano in questo modo, ho chiesto il perché queste opinioni così condivise non trovassero spazio, non dico nel dibattito politico – troppa grazia s. Antonio! – ma, almeno, nella nostra stampa. Le risposte hanno variato tra un “non so!”, un’alzata di spalle o una confessione d’impotenza.
La realtà è che, dalla Cnn ai maggiori giornali italiani, è sempre tutto un coro di attacchi al “neo imperialismo russo” che qualcuno dipinge come desideroso di ricostruire l’Urss e per noi più pericoloso dell’Isis. A chiunque ragioni di politica internazionale con sguardo indipendente sembra evidente che si tratti di un’assurdità, ma la propaganda anti-russa è così forte e diffusa che, per chi non sa, è facile restarne influenzato. Che la Russia non abbia alcuna intenzione espansionistica non è dovuto solo al suo non essere in grado di affrontare un conflitto che si estenderebbe certo a livello mondiale ma, semplicemente, perché non è per nulla nel suo interesse.
A quale scopo, infatti, ricostruire l’Urss o annettersi l’Ucraina? Per doversi far carico al 100% delle difficoltà economiche che tutti questi Stati attraversano? Per avere nuovi fattori di contestazioni interne e d’instabilità? Si può non stimare Putin ed essere convinti che la sua sia una dittatura più o meno mascherata ma attribuirgli intenzioni che finirebbero con l’essere suicide, dovrebbe sembrare esagerato perfino ai suoi più acerrimi avversari.
Purtroppo, come numerosi deputati hanno affermato, la verità è che, da anni, Washington sta cercando di accerchiare Mosca per indebolirla e, magari, causare un cambio di regime. A Kiev il primo tentativo fu fatto con la cosiddetta “rivoluzione arancione” di Yushenko e Timoshenko: esperimento finito male per l’incapacità a governare dei due leader (di cui, almeno uno, corrotto come il successore Janukovich). Bush figlio tentò di ammettere l’Ucraina nella Nato e non ci riuscì solo per l’opposizione tedesca, francese e italiana. Ma il tentativo è continuato a Maidan dove perfino un giornalista americano, sul luogo durante le manifestazioni, scrisse di non aver mai visto dei disordini così ben organizzati (pasti caldi serviti sulla piazza con un catering eccellente e turni precisi di presidio tra i manifestanti). Oggi gli Stati Uniti. Che non hanno partecipato agli incontri di Minsk e si sono quindi tenute le mani libere, sembrano discutere se dare o non dare armi a Kiev e accusano Mosca di inviare armi e uomini a sostegno dei ribelli del Donbass. E’ probabile, al di là dalle smentite di Mosca, che ciò sia vero ma quel che i giornali non rilevano è la certezza dell’invio americano di armi, di“consiglieri militari” e di “istruttori” britannici a sostegno dello scalcagnato esercito di Kiev. Anche l’Ambasciatore statunitense in Ucraina, in un’intervista a un giornale locale, lo ammette: “… per quanto riguarda l’aiuto militare americano, lo scorso anno fu di 118 milioni di dollari. Quest’anno tale aiuto arriverà a 120 milioni di dollari, inclusi settantacinque nuovi milioni che il Congresso ha approvato nel programma speciale di supporto europeo. Guardando in prospettiva l’anno in corso, molti sforzi saranno concentrati sul supporto finanziario dell’equipaggiamento e del cosiddetto “software “. Noi abbiamo già acquistato veicoli armati, strumenti per la visione notturna, sistemi radar, l’equipaggiamento per comunicazioni radio cifrate. Ora consideriamo di massima importanza l’aiuto nella preparazione e nella formazione dei militari ucraini, dando loro nuove potenzialità… Penso che questi programmi si espanderanno moltissimo, assumeranno una scala grande per realizzare quanto richiesto dal presidente Poroshenko. Esattamente un esercito conforme agli standard nella Nato… ”.
Come accadeva a Volcic, i nostri giornali non raccontano tutta la verità. Si limitano a scrivere quello che “qualcuno” (?) domanda e ciò che, a loro dire, i lettori vogliono leggere.
Ognuno ne tiri le conclusioni che crede.
*Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali

