di Notizie Geopolitiche – 

Continua a crollare il valore della sterlina che, ieri, ha raggiunto il valore più basso degli ultimi 31 anni.

Dopo le dichiarazioni rilasciate domenica scorsa dalla premier britannica Theresa May, la quale ha annunciato che entro marzo 2017 la Gran Bretagna farà appello all’articolo 50 del Trattato di Lisbona, cominciando il processo di Brexit, ossia l’uscita del paese dall’Unione Europea, lunedì la valuta inglese è crollata toccando quota 1.28 sul dollaro per poi avere un leggero rialzo.

Già ieri però la caduta in basso ha ripreso, chiudendo a quota 1.265, raggiungendo un record negativo che non si registrava dal 1975 e che ha significato per la valuta britannica una perdita di valore nei confronti di quella americana dell’1.3% in due soli giorni; dopo il tonfo, nella giornata di oggi, alle ore 12:00 si stava assistendo ad un andamento in leggero rialzo verso quota 1.27.

Le affermazioni della May hanno infatti incrementato quel clima di incertezza e paura che già aleggia attorno al Regno Unito, confermando che la sua uscita dall’Unione Europea si avrà a breve.

Il referendum dello scorso 23 giugno, in occasione del quale il 51.9% dei cittadini britannici si è espresso per lasciare l’Ue, ha infatti gettato la Gran Bretagna in una spirale negativa caratterizzata da declassamenti del debito da parte delle principali agenzie di rating, sospensione degli investimenti da parte di molte aziende straniere, la fuga dal paese di banche e società, pronte a trasferirsi all’estero ed un crollo del valore della moneta di oltre il 10%.

A questo si aggiunge il problema di un paese letteralmente spaccato in due, sia dal punto di vista delle percentuali (51.9% leave contro 48.1% remain), che da quello geografico: mentre Inghilterra e Galles, le regioni più popolose, hanno votato in massa per lasciare l’Ue, Irlanda del Nord e soprattutto Scozia si sono espressi infatti a larga maggioranza per rimanere paesi membri, creando forti attriti tra Edinburgo e Londra e facendo riapparire lo spettro della secessione, che sembrava essersi allontanato dopo la vittoria degli unionisti al referendum del 18 settembre 2014.

In quell’occasione venne infatti chiesto ai cittadini scozzesi di esprimersi riguardo l’indipendenza del proprio paese dall’Inghilterra ed il 55.3% decise per l’unità nazionale; in quell’occasione però la secessione avrebbe significato un salto nel buio, fuori dall’Ue, con conseguenze impredicibili. Oggi la situazione sarebbe invece ribaltata, con un’autodeterminazione sinonimo di europeismo ed una popolazione che, secondo i sondaggi, sarebbe per il 59% favorevole ad uno stato indipendente.