di C. Alessandro Mauceri –

I risultati delle elezioni in Grecia sono definitivi. Nessun dubbio su chi ha davvero vinto.

Il Syriza, il partito di Tsipras, non ha tuttavia ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi. Questo significa che per governare dovrà fare accordi con altri partiti. Qualcosa di simile a quanto è accaduto in Italia nel 2013: il M5S, il partito guidato da Beppe Grillo, ottenne la maggioranza dei voti (il PD riuscì a superarlo, di poco, solo grazie ai voti degli emigrati). Ma non riuscì a governare. Anzi non andò neanche al governo, preferì trincerarsi in una ferma opposizione.

Nel 2014 fu la volta della Marine Le Pen, in Francia. Anche il suo partito, il Front National, cresciuto sull’onda degli slogan antieuropeisti, ha ottenuto un ottimo risultato alle ultime amministrative ed è stato il partito più votato in Francia. Anche in questo caso a prendere le decisioni oltralpe sono però ancora i vecchi partiti. Si è parlato di uscita dal bipartitismo, ma nessun nome nuovo. E la situazione non è certo migliorata dopo l’ultimo attentato terroristico.

Tsipras, però, è diverso. Il vincitore delle elezioni dei giorni scorsi ha già stretto un patto con Panos Kammenos, il leader dell’altro partito greco anti-euro, Greci Indipendenti. “Da questo momento c’è un governo” ha detto il nuovo premier greco “i Greci Indipendenti daranno il loro voto di fiducia” all’esecutivo. Ha dimenticato di dire che, per Greci Indipendenti, le elezioni non sono state certo un successo: hanno perso ben sette dei venti seggi che aveva, sufficienti però a garantire a Tsipras la maggioranza assoluta, sebbene risicata (162 deputati su 300).

In realtà, in Grecia, i problemi non sono affatto finiti con le elezioni. La crisi, dal punto di vista economico, è a livelli terrificanti. E peggiora ogni giorno che passa. Una crisi fatta di numeri agghiaccianti ma che i media non raccontano più: numeri come quello dei suicidi, che continuano ad aumentare ogni giorni che passa; o come la percentuale di disoccupati, intorno al 27% (ma sono il 60% tra i giovani). E chi ancora ha un lavoro, dopo aver accettato un salario da fame e aver atteso anche dodici mesi per riceverlo, recentemente si è visto pagare non con soldi ma con buoni pasto (è questo l’accordo che alcune società stanno facendo per pagare i salari ancora in sospeso). Il debito pubblico è quasi al 180% del PIL e due pacchetti di aiuti da 240 miliardi di Euro già stanziati in 4 anni e sono ormai prossimi al termine.

Debiti che i governi non sono stati in grado di ridurre neanche svendendo intere fette del territorio ellenico ad acquirenti stranieri. Recentemente, il quotidiano francese Libération ha intitolato un suo articolo “La Grecia vende tutto”. Ma proprio tutto: a cominciare dal vecchio aeroporto di Atene, comprato da investitori degli Emirati Arabi. O come l’atollo di Elafonissis, nel sud del Peloponneso, (famoso per aver ospitato Lady D e il principe Carlo in viaggio di nozze). Aeroporti, autostrade, porti, castelli e centinaia di ettari di spiagge e lidi: tutto messo in vendita a prezzi di saldo.

I due leader della coalizione che governerà la Grecia hanno stretto un’alleanza all’insegna del no all’austerità e della rinegoziazione delle politiche con la Ue.

Il vero confronto del nuovo governo non sarà con l’opposizione, e nemmeno con gli elettori (la percentuale dei votanti è stata bassa, meno dei due terzi). Il vero “esame” per la maggioranza che oggi ha già giurato sarà con la Troika, ovvero Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. Non a caso, già a Luglio scorso, Tsipras aveva incontrato Mario Draghi, a Francoforte, e aveva chiesto un New Deal per Atene. Un taglio del debito, se non addirittura un condono vero e proprio (sul tipo di quello di Londra del 1953, quando anche la Grecia annullò i suoi crediti alla Repubblica Federale di Germania, riguardanti prestiti accesi prima e dopo la guerra).

La risposta non si è fatta attendere. I responsabili dei tre componenti la Troika (e non solo loro) hanno ribadito che i debiti sottoscritti dovranno essere pagati. Non solo, ma che, nel frattempo, non si avranno altre agevolazioni. A ribadirlo pochi giorni fa, anche il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, il quale, a Davos, durante il World Economic Forum, ha detto: “La Grecia non può fare parte del programma di quantitative easing a meno che non resti all’interno del piano di riforme concordato”. A fargli eco è stato il premier finlandese, Alex Stubb, che ha ribadito, in un’intervista al Financial Times, che il governo di Helsinki direbbe un “forte no alla cancellazione dei prestiti”.

Saranno le politiche dell’UE e il debito della Grecia nei confronti delle banche che dimostreranno se qualcosa è davvero cambiato in Grecia. Una prova che non si farà attendere. Il prossimo 28 Febbraio scadrà la proroga concessa dal Fondo salva stati europeo (Efsf) alla Grecia (la scadenza era il 31 Dicembre 2014, ma, causalmente, proprio in concomitanza con le nuove elezioni, sono stati concessi due mesi di proroga). Soldi tra l’altro destinati non direttamente ai cittadini, ma al Fondo ellenico di stabilizzazione finanziaria, in altre parole alle banche in crisi o che necessitano di una ricapitalizzazione.

Una situazione di grande incertezza. Che potrebbe portare a colpi di mano finanziari: nel suo ultimo studio, l’agenzia americana Goldman Sachs sostiene che esiste un rischio concreto che il Paese sia vittima di un intervento di natura finanziaria analogo a quello verificatosi a Cipro, ovvero l’interruzione dei flussi di denaro dalla Bce alle banche locali, che sarebbero così costrette a chiudere improvvisamente per “ferie” impedendo ai correntisti di accedere ai propri conti correnti.

Con le elezioni di ieri i greci hanno dimostrato di volersi fidare di Tsipras. Ma non troppo: nelle ultime settimane dai bancomat greci sono stati ritirati ben 2,5 miliardi di Euro e il governatore della Banca di Grecia, l’ex ministro delle Finanze Ioannis Stournaras, ha affermato che in cassa è rimasto contante sufficiente per arrivare solo a febbraio.