di Giuseppe Gagliano –
Il 6 novembre, mentre a Belém i leader mondiali discutevano alla COP30 di come frenare il cambiamento climatico, Atene annunciava l’avvio delle trivellazioni per il gas naturale nel Mar Ionio. Una mossa in controtendenza che segna la fine di quarant’anni di pausa nelle esplorazioni e l’inizio di una nuova alleanza energetica tra Grecia e Stati Uniti. Il colosso americano ExxonMobil guiderà i lavori insieme alle greche Energean e Helleniq EnergyH, trasformando il Mediterraneo in una nuova frontiera del fossile nel pieno della crisi climatica.
Per il premier Kyriakos Mitsotakis, il progetto è una dichiarazione di autonomia: ridurre la dipendenza dall’energia russa e rafforzare il ruolo di Atene come hub per il gas naturale liquefatto statunitense destinato all’Europa orientale. Per Washington, è una vittoria geopolitica e simbolica. L’amministrazione Trump, impegnata a rilanciare l’industria dei combustibili fossili, descrive l’intesa come un successo strategico che consolida la leadership americana in Europa e ostacola la transizione verde promossa dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite. “Non c’è transizione, solo aggiunta di energia”, ha dichiarato il segretario degli Interni Doug Burgum, sintetizzando la linea trumpiana: crescita economica prima del clima.
Dietro la scelta di Atene c’è una logica economica e geopolitica: diventare un ponte per il gas americano verso l’Ucraina e i Balcani attraverso il nuovo “Corridoio Verticale”, che unisce Grecia, Bulgaria, Romania e Moldavia. Una strategia che rafforza la posizione di Atene come snodo energetico regionale, ma che la lega sempre più agli interessi statunitensi. Non è un caso che Grecia e Cipro siano stati gli unici Paesi dell’Unione Europea a votare contro la tassa sul carbonio nel trasporto marittimo, su pressione americana. L’obiettivo è difendere la flotta greca e mantenere un margine di competitività nel commercio globale dell’energia.
Poche ore dopo l’annuncio di Atene, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha lanciato un appello durissimo contro “l’espansione dei combustibili fossili”, definendola incompatibile con gli obiettivi climatici globali. Ma la Grecia, come molti Paesi europei, vive il paradosso della transizione: da un lato proclama la propria adesione al Green Deal, dall’altro scommette sul gas come garanzia di sicurezza e crescita. La decisione di trivellare nel Mediterraneo arriva dunque come un simbolo del nuovo pragmatismo energetico europeo, in cui la sicurezza strategica prevale sulla coerenza ecologica.
La corsa al gas nel bacino orientale del Mediterraneo ridisegna anche gli equilibri regionali. Israele, Egitto, Cipro e ora la Grecia competono per attrarre investimenti, costruire infrastrutture e diventare fornitori chiave per l’Europa. Ma ogni nuova trivellazione accende tensioni territoriali e ambientali in un mare già fragile. Le piattaforme di Corfù, ai confini delle rotte turistiche e delle aree protette, rischiano di diventare il simbolo di un compromesso: quello tra la crescita economica e la sostenibilità, tra la pressione americana e le promesse europee.
Mentre l’ONU invoca la fine dell’era fossile, la Grecia, come altri Paesi mediterrane, sceglie di tornare indietro, rivendicando il diritto a sfruttare le proprie risorse. Non è solo una questione economica: è una dichiarazione geopolitica. In un’Europa che parla di transizione verde ma vive di gas e carbone, Atene ricorda che la politica energetica non è mai neutrale. È il nuovo terreno della competizione globale, dove la linea che separa indipendenza e dipendenza passa oggi sotto il mare.












