di Dario Rivolta* –

Un ennesimo incontro al vertice per il problema del possibile default greco è finito con un nulla di fatto e la partita a poker continua tra rilanci e nuovi bluff.

Che la Grecia sia un Paese con un tasso elevatissimo di evasione fiscale e che i greci abbiano vissuto per tanti anni al di sopra dei propri mezzi è un dato di fatto. Così com’è altrettanto certo che il clientelismo dei vari governi ha regalato prebende immeritate a larghe fette della popolazione e che il lavoratore medio greco non sia certo uno stakanovista. Come se non bastasse, è assodato che, al momento dell’ingresso nell’euro, i governanti greci dell’epoca truccarono i conti con malafede.

Dall’altra parte, si ammetta finalmente che le banche, soprattutto le tedesche e le francesi, furono pienamente corresponsabili per il dissesto poiché erogarono prestiti enormi a enti pubblici e ai privati che sapevano non avrebbero mai potuto ripagarli. Delle due l’una: o i dirigenti di quelle banche erano degli incapaci e quindi andrebbero allontanati dal loro posto di lavoro (non ci risulta che alcuno lo sia stato), oppure sapevano esattamente quel che facevano e puntavano solo a risultati di breve periodo infischiandosene del fatto che, prima o poi, la bolla sarebbe scoppiata.

Il risultato è un Paese con una disoccupazione giovanile superiore al 60% e una media che supera il 30% (contando tra questi i lavori del tutto saltuari o fittizi). Nel frattempo, dall’inizio della crisi a oggi il Pil della Grecia si è ridotto del 25% e il bilancio può anche aver raggiunto un leggero avanzo primario, ma non potrà mai ottenere il richiesto surplus del 4,5%. Non va dimenticato che i sacrifici imposti alla popolazione hanno ridotto drasticamente il denaro circolante e, ogni giorno, chi può ritira dalle banche i propri euro risparmiati e non certo per spenderli, ma per metterli al sicuro nell’eventualità di un ritorno alla dracma.

Diciamocelo fuori dai denti: ciò che l’Europa e il Fondo Monetario chiedono, cioè un nuovo taglio di pensioni, salari e di spesa pubblica significa chiedere ad Atene di fare harakiri: la Grecia non è, e non lo sarà mai, in grado di ripagare i propri debiti. Tanto più se s’insiste con la ricetta recessiva che si vuole imporle.

Non ci interessa sapere se Tzipras sia di sinistra o di destra, né se Varoufakis sia o no simpatico. Accettare le condizioni richieste da Bruxelles è per loro impossibile, pena lo sfaldamento della loro stessa maggioranza e l’abbandono degli elettori che avevano votato Syriza. Tuttavia, anche un altro governo, di un qualunque altro colore, non sarebbe mai in grado di restituire ciò che è stato prestato durante gli anni delle vacche grasse.

Allora, cosa fare? Non il Fmi, bensì è l’Europa che deve decidere una volta per tutte cosa vuole fare e cioè se desidera che la Grecia esca dall’euro e dall’Unione Europea o se intende cancellare la maggior parte del debito e concordare con Atene gli investimenti necessari per ripartire.

Questa seconda ipotesi comporterebbe un notevole sforzo finanziario e, in proporzione al loro peso economico, dovrebbero farsene carico gli altri Paesi europei. Il costo non potrà essere solo quello dei crediti diventati inesigibili ma anche delle nuove elargizioni di denaro fresco. Certamente non sarebbe una passeggiata ma, sicuramente, si farebbe qualcosa di molto più giusto e razionale del continuare a gettare soldi in Ucraina, questi ultimi, tra l’altro, destinati a diventare cifre ben più importanti di quelle oggi necessarie per la Grecia.

Se, al contrario, si volesse continuare nell’intransigenza e insistere con la politica punitiva (eticamente, ma solo eticamente, giusta e comprensibile) si obbligherà Atene ad abbandonare l’euro e a lasciare l’Unione. In questo caso bisogna sapere che, come ha ben detto il numero uno della Bce Mario Draghi, si entrerà in un territorio sconosciuto, molto probabilmente foriero di una nuova crisi con effetti peggiori di quelli del fallimento della Lehman Brothers. Senza contare le conseguenze politiche per l’Ue e per la Nato.

Si scelga, dunque, subito. E la si smetta con questa partita di poker. Grazie a questo tira e molla, le borse europee hanno già bruciato 600 milioni e ogni giorno che passa costa altri nuovi milioni di euro che qualcuno dovrà pagare.

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.