di Giuseppe Gagliano

Nel cuore di una nuova guerra fredda artica, la Danimarca alza il tiro. Ieri, da un podio condiviso con i leader di Groenlandia e Isole Faroe, la premier Mette Frederiksen ha annunciato un piano di investimenti strategici per rafforzare la presenza danese nella regione groenlandese. Un annuncio dal peso geopolitico ben maggiore di quanto i toni istituzionali lasciassero intuire. In gioco non c’è solo lo sviluppo economico, ma la stessa sovranità sull’Artico. E soprattutto la risposta ferma ai piani espansionistici del presidente americano Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con vecchi propositi: acquistare la Groenlandia.

Frederiksen ha parlato apertamente di nuove infrastrutture critiche “con valenza civile e militare”, dai porti alle vie logistiche utili all’estrazione di terre rare. Ma il messaggio è chiaro: difendere un territorio fragile, ma decisivo, da una pressione sempre più aggressiva. Trump non ha mai nascosto il suo interesse per l’isola, ricchissima di risorse e strategicamente collocata nell’Atlantico del Nord, e ha lasciato intendere – anche nelle recenti dichiarazioni del segretario alla Difesa Pete Hegseth – di non escludere l’uso della forza per acquisirla.

Le tensioni si sono incancrenite. Lo scorso 29 marzo, il vicepresidente americano James David Vance ha criticato pubblicamente la Danimarca per il presunto disimpegno nella sicurezza dell’isola, durante una visita a una base statunitense nel nord della Groenlandia. Pochi giorni dopo, l’ambasciatore USA a Copenaghen è stato convocato per chiarimenti a seguito delle rivelazioni del Wall Street Journal su operazioni d’intelligence mirate alla regione.

In questo clima incandescente, il Parlamento danese ha approvato il 12 giugno un aumento di 1,5 miliardi di dollari per la difesa groenlandese, oltre a ratificare un accordo che consente la presenza militare americana in territorio danese. Ma è evidente che Copenaghen cerca ora un equilibrio delicato: da un lato rassicura Washington, dall’altro riafferma la propria sovranità artica.

Non è tutto. C’è anche la dimensione europea. Il 15 giugno, Emmanuel Macron ha fatto scalo in Groenlandia prima del G7 in Canada, raccogliendo l’invito del premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen. Un gesto denso di significato: per la prima volta, un grande leader europeo viene accolto a Nuuk in un momento cruciale. Macron, già protagonista alla conferenza oceanica dell’Onu di Nizza, ha ribadito che “l’Artico non è in vendita”. Un messaggio non solo per Trump, ma anche per Pechino.

Nel frattempo, Bruxelles accelera. Il 22 maggio l’UE ha firmato un accordo per lo sfruttamento di una miniera di grafite nell’isola, cruciale per la produzione di batterie, mentre Ursula von der Leyen ha aperto a Nuuk un ufficio permanente dell’Unione. La strategia è chiara: fare della Groenlandia un nuovo fronte della sovranità europea, tra autonomia diplomatica e sicurezza energetica.

Vivian Motzfeldt, ministra degli Esteri groenlandese, ha confermato la volontà di consolidare rapporti diretti con l’Ue, aggirando la mediazione danese. Sullo sfondo, le ambizioni autonomiste della Groenlandia si intrecciano con la competizione tra potenze: USA, Cina, Europa e Russia si contendono l’ultima frontiera del pianeta.

Quella che un tempo era considerata una terra desolata, oggi è il nuovo cuore dell’Eurasia allargata. E Copenaghen, pur tra mille contraddizioni, cerca di evitare che la Groenlandia diventi l’ennesimo protettorato travestito da “acquisto strategico”.