Groenlandia. Indipendenza sotto pressione

di Vittorio Cacace

La posizione groenlandese tra autonomia e coercizione, una scelta a sangue freddo.
Che la Groenlandia fosse una preda appetitosa per i colossi geopolitici non è certo una storia nuova. Già nel 1868 il Report on the Resources of Iceland and Greenland, pubblicato su richiesta del Segretario di Stato William H. Seward, la descriveva come un’isola di opportunità. La prima offerta fu nel 1946, durante la presidenza Truman, e prevedeva 100 milioni di dollari in oro alla Corona danese, ma questa rifiutò. Nel secolo successivo, tramite il trattato Defense of Greenland Agreement (1951), la colonia danese entrò nella piena disponibilità militare statunitense. Tuttavia, oggi, l’isola è sotto i riflettori, l’amministrazione Trump ha dichiarato, in linea con la più debole dialettica del suo precedente mandato, la volontà di acquisire la Groenlandia, se necessario, con la forza. In questo articolo farò il punto sul pensiero groenlandese a riguardo.

Spirito indipendentista.
È di vecchia data lo spirito con cui i groenlandesi vivono la loro terra, orgoglioso. Dopo decenni di richieste di maggiore autonomia, nel 1979 la Groenlandia ottenne l’autonomia interna, tramite un referendum al quale il 70% degli abitanti votò per gestire autonomamente le questioni di casa, rimanendo tuttavia sottoposti alle decisioni della Corona in merito a difesa, politica estera e politica monetaria. Nel nono anno del nuovo millennio entrò in vigore un altro referendum sull’autogoverno, le forze di polizia, la giustizia e le risorse naturali faranno, da allora, capo a Nuuk. Le elezioni di marzo 2025 hanno visto, con modalità e vocabolari diversi, tutte le forze politiche dichiarare l’indipendenza dell’isola come obiettivo, taluna a lungo termine, talaltra a breve. L’unico partito contrario è Atassut, partner storico di Venstre, partito liberale danese, che ha ottenuto il 7% dei voti e 2 seggi in parlamento. Potrei continuare, i segnali di un sentimento indipendentista sono chiari e lo spettro di un referendum sull’indipendenza nei prossimi anni diventa col tempo più concreto. Ed è questo ad alimentare le preoccupazioni di Stati Uniti e Danimarca, l’Artico è troppo importante. Quest’ultima è la condanna per lo spirito groenlandese, la cui volontà rischia di essere percepita come un capriccio da coloro dai quali la sicurezza nazionale dipende da ciò che accade in quello spazio.

Lo scacchiere artico.
È necessario a questo punto spiegare velocemente perché e per chi l’Artico sia troppo importante. La prima questione riguarda certamente le risorse naturali, e tuttavia non è quella centrale, lo spazio artico ospita petrolio, gas, metalli fondamentali per l’hardware tecnologico, oltre a minerali tradizionali e preziosi, compreso l’uranio in alcune aree, tra cui la Groenlandia, già ampiamente sfruttati da potenze come Russia, Cina e Stati Uniti. Ma il valore dell’Artico è tutto da intendere in connotazione strategica. Esso è lo spazio attraverso il quale la Russia, in special modo nella sua forma sovietica, è in grado di esercitare una pressione tale da gravare sulla psicologia statunitense, così come testimonia la cospicua produzione cinematografica hollywoodiana. C’è poi la Cina, che, mediante investimenti, ha guadagnato nel tempo una buona posizione nell’Artico, con infrastrutture che, si teme, possono essere riconvertite a uso militare. Se aggiungiamo al quadro la questione dello scioglimento dei ghiacci, destinato ad aumentare, così come ci suggeriscono quasi tutti gli esperti della materia, la situazione si fa ancora più calda, le nuove rotte consentiranno il transito di merci, armamenti e soldati, lì dove le coste bianche si ritirano e il diritto internazionale tarda ad aggiornarsi, ammesso che venga rispettato. L’Artico ha un potere magnetico e la Groenlandia ne costituisce il cuore. E nonostante l’isola sia nella disponibilità militare statunitense, oltre che parte di un membro della NATO, gli interessi in gioco sono vitali e l’approccio nei suoi confronti non prevede mezzi termini.

Cuore ghiacciato o piattaforma di attacco, lo stile americano.
Gli Stati Uniti sono passati dal voler redimere il mondo al salvare se stessi. E questo è certamente comprensibile dopo decenni di incontestata egemonia, in cui hanno spesso disseminato rancori che rischiano di riaffiorare nei momenti di debolezza. Se l’obiettivo statunitense è la sicurezza nazionale, oltre al continente occidentale, nel quale hanno già mosso i primi passi, Venezuela, per ristabilire il loro ordine, la Groenlandia è fondamentale perché rappresenta una piattaforma da cui invaderli. Lo spettro di un’indipendenza apre, nella mente degli strateghi statunitensi, scenari terribili in cui l’isola, stringendo accordi con i concorrenti, cominci ad ospitare basi e contingenti cinesi o russi. Questo non è possibile. “Better to own than to rent”, meglio possedere che stare in affitto, dice Trump. E il primo passo da fare è interrompere, seppur momentaneamente, ogni possibilità di un referendum, per questo le minacce. È infatti soltanto in qualità di membro della NATO che la Groenlandia guadagna un certo grado di tranquillità, il segretario della NATO Rutte, sotto pressione della Danimarca e degli altri paesi dell’Alleanza, i quali, ricordo, hanno dimostrato con l’invio, simbolico, di alcuni militari la loro contrarietà all’idea americana, sembra aver raffreddato gli animi, proponendo alcune possibilità, alle quali Trump ha fatto riferimento con il termine framework durante il vertice del World Economic Forum di Davos. È ancora tutto da vedere, fatto sta che, per ora, l’idea di un’indipendenza sembra essere stata allontanata, costringendo la Groenlandia sotto la protezione danese, NATO, attore dal quale è certamente preferibile chiedere l’indipendenza, piuttosto che chiederla agli Stati Uniti. Oggi gli abitanti del cuore ghiacciato sono sicuri di non voler essere americani, ma le domande fondamentali sono, gli sarà data la possibilità di scegliere? Come reagiranno al fatto che l’indipendenza, per via delle pressioni americane, è oggi più lontana?Vittorio Cacace