di Giuseppe Gagliano –
La Groenlandia è grande, quasi vuota e ricchissima. Ed è soprattutto nel posto giusto. È questa combinazione, ovvero territorio, risorse e geografia, a spiegare perché Donald Trump torni ciclicamente a evocare l’idea, politicamente impronunciabile ma strategicamente chiarissima, di un controllo diretto statunitense sull’isola artica. Un’idea che non nasce oggi, ma che con il secondo mandato di Trump e con l’accelerazione della competizione globale nell’Artico assume un significato molto più concreto.
Sotto i ghiacci della Groenlandia si concentra una parte rilevante delle materie prime strategiche del XXI secolo: terre rare, litio, rame, nichel, grafite, gallio, oltre a idrocarburi ancora in larga parte inutilizzati. Il cambiamento climatico, al di là delle valutazioni ambientali, sta rendendo queste risorse più accessibili. Non solo. Lo scioglimento progressivo dei ghiacci apre la prospettiva della Rotta del Mare del Nord, un corridoio marittimo che collegherebbe Pacifico e Atlantico passando dall’Artico, riducendo tempi e costi di trasporto e ridisegnando le gerarchie commerciali globali.
In questo scenario, lasciare che altri, Cina e Russia in primis, consolidino una presenza economica e tecnologica nell’isola significherebbe per Washington accettare una perdita di influenza in una regione che fino a pochi anni fa era considerata periferica.
La Groenlandia non è solo un forziere di risorse: è un cardine militare. Geograficamente si colloca lungo il cosiddetto GIUK Gap, lo spazio strategico tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, attraverso cui la NATO monitora i movimenti navali russi tra l’Artico e l’Atlantico. È uno dei pochi punti in cui il confronto tra Mosca e l’Alleanza Atlantica assume una dimensione strutturale e permanente.
Non a caso Trump ha denunciato, con toni allarmistici, una presunta “circondazione” dell’isola da parte di navi russe e cinesi. Le capitali europee hanno ridimensionato l’allarme, ma il punto politico resta: l’Artico è tornato a essere uno spazio di competizione militare diretta.
Formalmente la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca, che ne mantiene la competenza su difesa e politica estera. Copenaghen ha sempre respinto l’idea di una vendita, e Nuuk – la capitale groenlandese – non ha alcuna intenzione di cambiare sovranità. Ma la realtà è più sfumata. Washington dispone già di un accesso militare amplissimo grazie all’accordo di difesa del 1951, che consente agli Stati Uniti di costruire e gestire basi sull’isola.
Il fulcro di questa presenza è la Pituffik Space Base (l’ex base di Thule), uno dei siti strategici più importanti e meno conosciuti al mondo. Da qui passa una parte essenziale del sistema di allerta precoce e di difesa missilistica statunitense. È, come hanno detto analisti danesi, “l’occhio più esterno” della difesa americana.
Il problema è che quell’architettura è sempre meno adeguata. I missili ipersonici, sviluppati in particolare dalla Russia, riducono drasticamente i tempi di reazione e mettono in discussione l’efficacia dei radar tradizionali. Secondo diversi esperti, oggi gli Stati Uniti non dispongono in Groenlandia di un sistema integrato e permanente capace di intercettare queste minacce.
Da qui l’interesse per un rafforzamento massiccio della base di Pituffik e per il progetto del Golden Dome, una riedizione aggiornata dell’Iniziativa di Difesa Strategica dell’era Reagan. Non più solo scudi terrestri, ma una difesa stratificata, anche spaziale, in grado di intercettare missili avanzati lungo l’asse artico.
Sul versante opposto, la Russia sta rafforzando la propria presenza militare nella penisola di Kola, dove si concentra una parte decisiva del suo arsenale nucleare e la Flotta del Nord. È una regione chiave per la capacità di “secondo attacco” di Mosca, cioè la possibilità di rispondere a un eventuale colpo nucleare iniziale. Controllare l’Artico significa, per il Cremlino, proteggere questa capacità e allo stesso tempo minacciare le rotte di rifornimento della NATO.
In questo quadro, la Groenlandia diventa un perno: chi la controlla, o chi ne condiziona le infrastrutture militari, ottiene un vantaggio strutturale nella competizione strategica tra grandi potenze.
Trump non vuole la Groenlandia per folklore geopolitico o per nostalgia imperiali. La vuole perché l’isola concentra, in forma quasi didattica, tutte le grandi fratture del mondo contemporaneo: risorse critiche, cambiamento climatico, nuove rotte commerciali, missili ipersonici, competizione nucleare. Che l’isola non sia in vendita è un dato politico. Che gli Stati Uniti puntino a rafforzarne il controllo militare ed economico è una realtà strategica già in atto. E l’Artico, da periferia ghiacciata, si conferma uno dei futuri centri del confronto globale.












